I partigiani dell’Anpi fanno resistenza a Renzi sul referendum. Ma i soldi li prendono da Palazzo Chigi

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Alla fine del 1947, alla vigilia di elezioni politiche alle quali il Pci rischiava seriamente di vincere, Enrico Mattei ed Eugenio Cefis, futuri manager della chimica di Stato, spaccarono l’Anpi e portarono via tutti i partigiani autonomi, cattolici e laici con un’operazione politicamente raffinata quanto spregiudicata, che aveva il solo scopo di indebolire il fronte comunista e aiutare la Democrazia cristiana. A due anni dalla Liberazione, disputarsi il consenso dei partigiani aveva un senso. Chissà se Maria Elena Boschi, impegnata nella campagna sul referendum per la mutilazione del Senato, ha pensato a quest’illustre precedente, prima di attaccare l’Anpi e dire che “i partigiani veri votano sì”. Una mezza gaffe, visto che la guerra partigiana dovrebbe appartenere a tutti e non andrebbe “disturbata” con le miserie odierne. Ma soprattutto, l’Anpi oggi conta ancora qualcosa? Vale la pena infilarsi in una polemica sterile che ha ridato vita solo a Pier Luigi Bersani?

LA RETE – L’Anpi oggi dichiara 130 mila iscritti, in aumento di 10 mila unità rispetto al 2014. E’ organizzata capillarmente sul territorio con comitati e associazioni regionali, provinciali e cittadine e spesso ha anche dei circoli ricreativi. Oppure si “appoggia”, o ospita, sedi del Pd, Caf della Cgil, circoli sportivi. Un modo di essere presenti sul territorio in condominio che ha consentito all’associazione dei partigiani, anche a 70 anni dalla guerra di liberazione, di farsi conoscere anche dai più giovani. Ovviamente, la presenza dell’Anpi è più forte in città come Milano, Genova, Torino, Bologna, Roma, dove la  Resistenza è stata più attiva. I soldi arrivano dal tesseramento, che oscilla a seconda dei posti tra i 10 e i 20 euro, con costi dimezzati per partigiani e disoccupati. Questi denari però evidentemente non bastano per mandare avanti un’organizzazione pesante, anche sotto il profilo immobiliare. E allora ecco che ci sono una serie di leggine, che si sono succedute negli anni, che hanno distribuito  un bel po’ di soldi alle associazioni dei partigiani, ai reduci e agli ex militari di ogni tipo.

PAGA LO STATO – L’Anpi ha incassato 73.500 euro nel 2010, 62.250 euro nel 2011, 65.300 euro nel 2012, 94.350 euro nel 2103 e nel 2014  e 108.000 euro  l’anno scorso. Non sono cifre grosse in assoluto, ma sono soldi che escono dal bilancio del ministero della Difesa e non si capisce bene perchè l’Anpi non possa fare da sola. L’età media ovviamente è abbastanza elevata, ma negli ultimi 10 anni, anche per reazione a un certo sdoganamento culturale dei post-fascisti, in alcune città del Nord molti ragazzi di 20-30 anni sono andati a fare la  tessera dell’Anpi, a suo modo diventata un piccola moda negli ambienti più estremisti. Questo fenomeno, che fa il paio con il nascere di alcune gruppi  che non mancano  mai alle manifestazioni antagoniste, come  “Antifa”, indica un piccolo paradosso politico. Con lo spostamento della politica verso il centro, centrodestra, ben rappresentato anche da Pd di Renzi, il culto e la memoria della Resistenza si sta spostando, anziani a parte, sempre più a sinistra. Ma in cifra assoluta sono piccoli numeri e quello che forse alla Boschi è sfuggito è che si tratta di giovani che appartengono fieramente all’area del non voto.