I primi giorni di Renzi deludono: uno come tutti

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di Vittorio Pezzuto

Saremmo felici di sbagliarci ma i primi dati sottomano ci costringono a sottolineare il perdurare di un significativo «spread tra gli annunci e i fatti» (il copyright è di Pier Luigi Bersani) già in questi primi giorni di attività del governo Renzi. È sufficiente dare un’occhiata alla stessa squadra assemblata dal Rottamatore fiorentino. Un leader pienamente legittimato dal consenso elettorale e pertanto autorevole interprete di un forte mandato politico per il varo di riforme profonde e non rinviabili (impopolari per non essere antipopolari, direbbe Pannella), si circonda senza complessi delle migliori competenze disponibili. Personaggi forgiati dalla dura trincea della politica e che hanno saputo costruirsi nel tempo una solida reputazione presso le categorie interessate. Gente tosta, che sia in grado di azzannare un minuto dopo i problemi a lungo studiati, imponendo la loro visione agli alti burocrati del Ministero loro affidato. Renzi, che gli elettori non li ha ancora voluti interrogare sul serio (a meno che non si voglia equiparare per decreto le primarie di un partito alle elezioni a suffragio universale), ha invece preferito imboccare una strada più facile ma anche decisamente insidiosa. Intorno alla sua improvvisa e irruenta premiership ha infatti piazzato una compagine di modesta caratura, impossibilitata a fargli ombra. Da consumato piazzista, il segretario del Pd ha concentrato la sua attenzione più su un accattivante packaging che non sulla reale qualità del prodotto. Il governo del Paese (innervato da lobby ramificate come Confindustria, Lega delle Cooperative, Comunione e Liberazione) è stato costruito soprattutto come uno spot a favore di due particolari categorie: le donne e i giovani. Bersani si era limitato a riceverne improbabili rappresentanze nel corso delle sue surreali consultazioni per la formazione di un governo mai nato, Renzi le ha invece arruolate stabilmente nella sua compagnia col ruolo di attori protagonisti. Solo così, ad esempio, è stato possibile ritrovarsi una deputata inesperta alla guida del centrale ministero della Pubblica Amministrazione (la cui riforma è stata calendarizzata, guarda caso, proprio nel mese in cui partorirà il secondo figlio), un personaggio sconosciuto a tutta Italia comandante delle feluche della Farnesina oppure una ex giovane confindustriale al timone dello Sviluppo economico nonostante ignori il concetto stesso di conflitto d’interesse. Non è certo collocando al vertice politico dei Ministeri personaggi di tal peso che si riduce l’influenza nei processi decisionali dei grand commis d’Etat, e in particolare dei consiglieri di Stato. Eppure proprio contro costoro il presidente del Consiglio aveva ingaggiato una polemica aspra, che si pensava propedeutica al loro definitivo reinserimento nei ranghi della magistratura amministrativa. I fatti di questi giorni l’hanno però subito ridimensionata al rango di grida di manzoniana memoria. Lo dimostra l’ammuina di capi di gabinetto e capi dei servizi legislativi alla quale stiamo assistendo: nomi nuovi pochini, col grosso degli altissimi dirigenti che si è invece limitato a transumare da un Ministero all’altro. Significativa, a proposito, la traiettoria della pattuglia legata all’ex premier Enrico Letta, trasferitasi in blocco alle dipendenze del nuovo ministro dell’Economia.

Collocazioni incongrue
La successiva partita del sottogoverno ha poi tradito le attese di quanti avevano creduto alla promessa discontinuità con le immarcescibili e logoranti regole del manuale Cencelli. Il nuovo premier si è imposto all’opinione pubblica (anche) per le sue roboanti affermazioni sulla primazia del merito ma alla prima prova dei fatti si è comportato come tutti i suoi predecessori: lavorando di bilancino per non scontentare le diverse componenti interne del Pd (a proposito, ma non le aveva dichiarate defunte?), per accontentare le ricattatorie ambizioni dei partitini sodali, cedendo in alcuni casi alle rivendicazioni stucchevoli di interi territori. Col risultato finale di uomini e donne collocati in caselle del tutto incongrue, se osservate con gli occhiali del merito e della competenza. Viceministri e sottosegretari potevano costituire l’ossatura efficiente di un governo fragile e inesperto, si sono invece rivelati la polvere di potere da nascondere sotto il tappeto di un esecutivo tutto fuochi d’artificio retorico, twittate e salvifica calendarizzazione delle riforme.

I nodi al pettine
Restiamo così in attesa dei promessi provvedimenti choc in economia, a meno che questi non si siano esauriti con l’imposizione di altri 1.400 milioni di tasse rubricati alla voce Tasi (anche stavolta le sentinelle antitasse di Alfano hanno preferito volgere altrove lo sguardo). Fra una settimana sapremo se saranno stati definitivamente sbloccati i circa 60 miliardi di debiti della Pubblica amministrazione maturati nei confronti di imprese allo stremo. E fra una decina di giorni verificheremo l’avvenuta approvazione da parte del Parlamento della nuova legge elettorale. Se così non sarà stato, temiamo che del rivoluzionario Matteo Renzi rimarrà ben poco. Forse solo la parodia che ne viene fatta dal comico Maurizio Crozza. Quella sì, sempre credibile.

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