I sindacati devono cambiare. Di Maio spara bene il primo colpo da candidato premier e la Camusso gli risponde paragonandolo a Renzi. Una battuta che neppure a Grillo sarebbe venuta meglio

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Il primo vero colpo da candidato premier Luigi Di Maio lo sferra sul lavoro. Mossa convincente, come lo è ancor di più l’obiettivo che mette nel mirino, ormai provato co-responsabile dell’arretratezza economica del nostro Paese: il sindacato. “Se il Paese vuole essere competitivo le organizzazioni sindacali devono cambiare radicalmente. Dobbiamo dare possibilità alle associazioni giovanili di contare nei tavoli di contrattazione, serve più ricambio nelle organizzazioni sindacali. O i sindacati si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma”. Con queste parole al Festival del Lavoro a Torino Di Maio inizia a sfornare il programma dei Cinque Stelle per palazzo Chigi, e naturalmente si scatena il vespaio. E dire che le sue parole sono di una correttezza assoluta. “Un sindacalista che prende la pensione d’oro o finanziamenti da tutte le parti ha poca credibilità per rappresentare un giovane di trent’anni”, ha detto il leader 5S. Temi sui quali questo giornale ha dedicato molte inchieste e decine di servizi, facendo esplodere per primo il caso dei dirigenti Cisl con stipendi da 300mila euro l’anno o prendendosi una querela (persa) dalla segretaria Cgil, Susanna Camusso, infastidita dal vedere scritto nero su bianco quanti interessi economici muove la sua organizzazione. Proprio la Camusso, che non è raro faccia dichiarazioni indignate a favore della libertà di stampa in Asia e poi qui cerchi di far chiudere i giornali con immotivate rivendicazioni risarcitorie, ha subito risposto a Di Maio. Ovviamente  senza entrare nello specifico dei temi posti dal candidato premier ma accusandolo genericamente di tenere un linguaggio autoritario e insopportabile.

Cosa ci sia di insopportabile ovviamente non è dato sapere, ma proprio perché si sta dicendo che un certo sindacato è fuori dal mondo e deve cambiare, non ci si poteva aspettare una risposta più argomentata. Con un paragone che farà ridere per giorni i Cinque Stelle, rafforzandone giustamente la convinzione di aver subito un attacco ridicolo dalla segretaria Cgil, la Camusso ha paragonato Di Maio a Renzi. Ora va ben la satira, va bene qualche bicchiere di troppo, va bene buttare la palla in tribuna, ma se si vuol fare un discorso serio non si può prescindere dal fatto che non c’è nulla di più lontano tra Di Maio e Renzi. La Camusso quindi fa fantapolemica, così come il suo sindacato rimasto alla lotta di classe tra padroni e proletariato mette bocca su tutto senza essersi accorto che il calendario è andato avanti.

“Di Maio – ha spiegato la Camusso – dimostra tutta la sua ignoranza ma insieme l’arroganza di chi crede che il pensiero sia solo di chi governa e non riconosce la rappresentanza. Stiamo tornando all’analfabetismo della Costituzione perché la libertà di associazione è un grande principio costituzionale”. Una risposta da matta, perché Di Maio non ha chiesto di far sparire il sindacato, anzi, ma ha detto chiaramente che il sindacato deve cambiare, togliersi di dosso i privilegi che ha conquistato al riparo della politica, rappresentare i lavoratori e non essere elemento consociativo di un sistema di potere. Che c’è di sbagliato in tutto questo? Nulla. Solo la Camusso. E peggio di lei il ministro Poletti, che ha approfittato dell’occasione per dare una carezza a quella Cgil che gli ha fatto la guerra sul Jobs Act, ma che tra pochi mesi, quando si andrà a votare, ora ha più chiaro che avrà di fronte un Pd ostile ma in fin dei conti rispettosi oppure i Cinque Stelle con i quali ci sarà ben poco da dialogare.