Il buco nero degli affidi. Business milionario e trasparenza inesistente. Salvini ha ragione, così la legge non va. Troppi allontanamenti dalle famiglie

di Antonio Acerbis
Politica

Dopo la parentesi certamente poco fortunata ed encomiabile del ritrovo dei pro-life a Verona, Matteo Salvini gioca in contropiede e, nel complicato universo dei diritti civili connessi all’ambito familiare, sceglie la battaglia più condivisibile, nell’ottica di far dimenticare le polemiche per il convegno anti-abortisti. “Sulla famiglia ci sono due temi sui quali sarò particolarmente attento: case famiglia ed adozioni”, ha sottolineato anche ieri il vicepremier. Riferendosi alle case famiglia, Salvini ha poi aggiunto che “sono tante, troppe le segnalazioni che mi arrivano da mamme e da papà ai quali sono stati sottratti figlie e figli, con motivi di approfondire. E’ un business da centinaia di milioni di euro”.

La denuncia leghista (e che troverebbe appoggio anche nel Movimento cinque stelle purché non si scada nel ddl Pillon) non è assolutamente peregrina. Che più di qualcosa non funzioni nel sistema degli affidi e della tutela dei bambini è emerso, d’altronde, anche nella relazione pubblicata a fine legislatura dalla commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza: oltre cento pagine in cui si denunciano la mancanza di fondi, l’assenza di controlli e un meccanismo, quello tra servizi sociali e Tribunali per i minorenni, che troppo spesso non riesce a rispondere adeguatamente alle esigenze dei ragazzi e delle famiglie.

Gli ultimi dati disponibili sono del 2010: allora erano circa 30mila i bambini “fuori dalla famiglia di origine”. E già questo pare essere il primo problema: non conosciamo dati aggiornati sul numero dei bambini affidati a case famiglia e istituti. “Il Ministero (del Lavoro e delle Politiche sociali, ndr) non è in condizione di fornire un dato nazionale globale”. Così c’è scritto nella relazione.

A tutto questo si affiancano lungaggini senza fine. Come sottolineato nel corso delle audizioni dall’avvocatessa Maria Carsana, presidente dell’Associazione per la tutela dei minori e della persona vittima di violenza, “senza generalizzare”, in alcuni casi, “piuttosto frequenti”, capita che l’assistente sociale che deve relazionare al Tribunale “non sia competente o abbia delle presunzioni del tutto personali, assolutamente non codificato, di capacità genitoriale”. E così ecco che puntualmente la legge viene infranta: “i Tribunali per i minorenni prendono per oro colato tali relazioni, che determinano la permanenza in istituto dei minori nel 42% dei casi oltre 48 mesi e nel 22% dei casi, da 24 a 48 mesi”.

Nonostante la legge preveda che la permanenza in affido non possa andare oltre i 24 mesi. Tutto a causa di un meccanismo non controllato e spesso arbitrario in mano agli assistenti sociali che possono allontanare i minori dalle famiglie anche senza autorizzazione dei Tribunali. Ma questo, specifica la legge, rimane una extrema ratio: si decide per l’allontanamento solo in caso di un pericolo “grave, concreto e provato in caso di permanenza del bambino nell’ambito della propria famiglia”. Peccato, però, che come rivelato dalla commissione Infanzia nei suoi lavori e come denunciato da Francesco Morcavallo, ex giudice del Tribunale dei minori di Bologna, “l’esperienza conferma che l’allontanamento viene disposto inaudita alter parte”; dunque senza sentire entrambe le campane. E, soprattutto, “senza una motivazione specifica sulla impossibilità di dare seguito in modo efficace a tutti gli interventi di sostegno in favore della famiglia e del minore”.

Insomma, legge infranta, vite distrutte e business inaudito. La denuncia che si fa nella relazione lascia senza parole: nonostante la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia chiesto di indicare la durata prevedibile del periodo di affidamento, tale indicazione in Italia è “rimasta costantemente inattuata”. E questo perché, anzi, “è stato segnalato come addirittura alcune strutture, per ricevere finanziamenti privati, indicano alla fondazione privata finanziatrice la durata prevedibile, esprimendola in anni, anche se non è dato sapere sulla base di quale criterio, e sostituendosi al giudice”. Che, ovviamente, dovrebbe essere invece l’unico a decidere il periodo di allontanamento.