Il caso La Spezia come pretesto per un nuovo decreto Sicurezza, ma i numeri smentiscono l’allarme di Salvini

Dopo l’omicidio di La Spezia, il decreto sicurezza rilanciato da Salvini ignora dati e soluzioni educative già efficaci

Il caso La Spezia come pretesto per un nuovo decreto Sicurezza, ma i numeri smentiscono l’allarme di Salvini

Come al solito. La parola sicurezza, quando viene pronunciata da Matteo Salvini, smette di descrivere un problema e comincia a svolgere una funzione politica. Chiude il campo, rende superflui i contesti e soprattutto dimentica i dati che disturbano. È accaduto anche stavolta. L’omicidio avvenuto in una scuola di La Spezia è stato immediatamente trasformato in prova generale: della violenza giovanile e dell’inefficacia della scuola ma soprattutto della pericolosità degli stranieri. E quindi dell’urgenza di un nuovo decreto sicurezza. Un fatto singolo come diagnosi nazionale.

La costruzione dell’allarme

Le dichiarazioni del ministro seguono una traiettoria precisa. Rimpatri più rapidi per i minori stranieri non accompagnati. Provvedimenti più duri contro gli stranieri ritenuti pericolosi. Controllo sulla composizione delle classi con “troppa” presenza di studenti di origine straniera. La sequenza è nota: prima si costruisce l’allarme, poi si individua il bersaglio, infine si propone la soluzione repressiva. In mezzo, la scuola viene riscritta come spazio fuori controllo, attraversato da una violenza endemica che richiederebbe risposte eccezionali.

Il linguaggio è quello: emergenza, urgenza, tolleranza zero. Un vocabolario che funziona solo se il contesto scompare. E infatti scompare.

Il fatto isolato trasformato in paradigma

Però i fatti accertati raccontano altro. L’omicidio di La Spezia è maturato in una dinamica interpersonale, legata a una rivalità individuale, priva di legami con bande organizzate, baby gang strutturate o fenomeni seriali. Le ricostruzioni investigative hanno escluso un contesto di violenza sistemica. Non c’è una catena di eventi simili, non c’è una curva in crescita, non c’è una continuità statistica. C’è un delitto, grave, isolato.

È su questo scarto che si innesta l’operazione politica: l’eccezione diventa regola, la fragilità educativa viene rimossa, la responsabilità viene spostata. Il problema smette di essere relazionale, sociale, scolastico. Diventa identitario.

Il decreto e l’erosione delle garanzie

Il decreto sicurezza rilanciato in queste ore interviene sul diritto minorile allargando l’area del controllo penale. Estende l’arresto in flagranza anche per reati non gravissimi se commessi con violenza, introduce l’ammonimento del questore per soggetti sotto i quattordici anni, prevede sanzioni economiche per le famiglie. Sul fronte migratorio, consolida un percorso già avviato di erosione delle tutele previste dalla legge 47 del 2017: accertamenti dell’età più invasivi, accoglienza in deroga agli standard, maggiore facilità di espulsione al compimento della maggiore età.

Il principio del superiore interesse del minore viene progressivamente subordinato alle esigenze di ordine pubblico. Per questo le associazioni giuridiche e i garanti dell’infanzia hanno segnalato un arretramento delle garanzie costituzionali e convenzionali. Il diritto minorile viene piegato a una funzione di contenimento. 

I numeri che non confermano l’emergenza

I numeri sulla violenza a scuola non confermano l’allarme. Le rilevazioni Istat mostrano che nel 2014 il 19,8% degli studenti tra 11 e 17 anni dichiarava di subire atti di bullismo con cadenza almeno mensile. Nel triennio 2023-2025 la quota delle vittime “assidue” si è attestata intorno al 21%. La violenza fisica grave è rimasta statisticamente stabile nel tempo.

A crescere è stata soprattutto la componente online, il cyberbullismo, insieme alla capacità di riconoscere e denunciare gli episodi. Gli omicidi all’interno degli istituti scolastici restano eventi rarissimi, isolati, privi di continuità storica. Il salto dall’eccezione alla regola quindi non è sostenuto da alcuna evidenza statistica.

Stranieri: vittime prima che autori

Anche la sovrapposizione tra violenza giovanile e origine straniera si sbriciola davanti ai dati. Le statistiche sulla vittimizzazione indicano che gli studenti di cittadinanza straniera risultano più spesso vittime di bullismo rispetto ai coetanei italiani: il 26,8% degli studenti stranieri dichiara di subire prepotenze con frequenza almeno mensile, contro il 20,4% degli studenti italiani. In alcune collettività la percentuale sale ulteriormente, come nel caso degli studenti di nazionalità rumena (29,2%) e ucraina (27,8%). Sono dati sulla vittimizzazione, non sulla commissione di reati.

Sul versante penale, i dati del Ministero dell’Interno mostrano che i minori stranieri risultano sovra-rappresentati in alcune tipologie di reati contro il patrimonio, come furti e rapine, mentre risultano minoritari nei reati sessuali e nella violenza online. Nel biennio 2022-2023 i minori stranieri hanno rappresentato circa il 51-56% dei denunciati per reati predatori. Ma questa sovra-rappresentazione racconta soprattutto un effetto di selezione del sistema penale: i minori italiani accedono più frequentemente a misure alternative come la messa alla prova, che riduce denuncia e detenzione, mentre i minori stranieri, soprattutto non accompagnati, vengono istituzionalizzati con maggiore facilità e finiscono per pesare di più nelle statistiche ufficiali. 

La scuola come terreno di scontro

La proposta di intervenire sulla composizione delle classi completa il quadro. In molte aree del Nord la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana supera stabilmente il 30%, con punte del 50-60% in singoli plessi. Una parte consistente di questi studenti è nata in Italia, parla italiano come prima lingua, vive stabilmente nei territori. L’introduzione di tetti rigidi produrrebbe spostamenti forzati, rottura del legame scuola-quartiere, segregazione di fatto. Anche perché non esistono evidenze che colleghino la composizione etnica delle classi a una riduzione della violenza.

Le soluzioni ignorate

Nel frattempo, le risposte che funzionano restano fuori dal perimetro del decreto. Programmi strutturali di mediazione dei conflitti, presenza stabile di psicologi scolastici e mediatori culturali, riduzione del numero di studenti per classe hanno prodotto, dove applicati con continuità, una diminuzione degli episodi violenti e un miglioramento del clima scolastico. Sono interventi documentati, lenti, privi di resa simbolica immediata. Proprio per questo risultano inutilizzabili nel racconto dell’emergenza. Insomma, servirebbe più scuola e meno Salvini.