Il cielo livido della precarietà. Un giovane intellettuale tormentato al Sud. Il disagio economico raccontato in versi da Di Matteo

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Aveva ragione il grande sociologo Richard Sennett a battezzare il suo studio sulla flessibilità col titolo originale: The corrosion of character, perché il “carattere” di un individuo – valori cristallizzati, progettualità, memorie personali, permanenza dei legami, stabilità reddituale – la disoccupazione opprimente e il disagio economico tendono a intaccarlo come un processo erosivo, a renderlo oggetto di smottamento, se non di naufragio esistenziale. Con la raccolta di versi Frammenti di un precario del giornalista e poeta pugliese Giuseppe Di Matteo (Les Flaneurs Edizioni, pagg. 119, euro 10) si apre come una cataratta il cielo livido estenuato e livoroso di una individualità incrinata che anela la coerenza delle illusioni e del merito, e si ritrova sartrianamente di fronte a un pratico-inerte del Sistema e della Natura che si riproducono con ingannevoli rischiaramenti, con vani incendi del tempo, in un’estasi delittuosa che maschera a tratti la perenne disfatta del sé.

Scrittura dilaniata, dilavata, dilapidata, quella di Di Matteo – al quale si perdonano con facilità alcune pennellate ultra-pop e alcuni stilemi déjà lu -, su cui incombe un malinconico declino, un maledetto destino, quello di chi impacchetta i propri sogni nella valigia di un Ulisse della Scienza e del Lavoro, facendo baruffe con un dio fioco, tentando di aggirare la civiltà “dei cuori” e “del letame”, intenerendosi con se stesso di fronte allo splendore salvifico della “libertà del poco”, all’anestesia ruvida del “niente delle ferite”, appoggiandosi all’utopia di una “città mai costruita”. Scrittura densa – come l’antimateria di cui è foderata la coscienza più intima e riposta -, acida e placida, raggiante di nervi, violacea eppur disperatamente carnale, intorpidita e reclinata quanto basta per diventare, di fronte all’accasciarsi della Storia e all’avvizzirsi progressivo delle esperienze, scrigno di sapienza, sepolcro della voce e del grido di rivolta, ma tuttavia scandalo della parola, ancor più eroica perché sussurrata.

Parola che resta quasi proscritta, scristianizzata. Inchiostro che incomincia, che incontra, che mette in croce. Che incupisce ma vuole un incipit. A tutti i costi. E di fronte a una cornice geologica, territoriale, radicale e sacrale, dei paesaggi meridiani e dei panni stesi, delle case di calce e dei “contadini scavati dal sole” che fanno da mutuo e muto soccorso. Il timone diventa timore. La rotta un pianto a dirotto. L’andare un precoce riapprodare. Vita agra, vita arsa. E chissà che ardere non abbia la stessa etimologia di arte: sollevare, innalzare. La fiducia nelle ceneri di Di Matteo sarebbe verità e vita minuscole, pensiero alto che gioca nelle pozzanghere di un’eterna fragilità.