Il premio più alto che l’Unione europea assegna per i diritti umani è andato a un tribunale che gli Stati Uniti stanno cercando di soffocare. Ieri il Parlamento europeo ha dato il premio Sacharov 2026 alla Corte penale internazionale dell’Aja, e l’ha fatto tredici giorni dopo che l’amministrazione di Donald Trump l’aveva colpita con sanzioni che le tolgono le banche americane, i servizi delle aziende tecnologiche statunitensi e perfino il dollaro. La candidatura l’avevano proposta i Socialisti e democratici, il premio vale 50mila euro. A Strasburgo hanno scelto da che parte stare. Nelle capitali, Roma compresa, si sceglie ancora la timidezza.
Corte penale internazionale: tanto rammarico, nessuna condanna
Nei testi che i governi europei hanno firmato insieme dopo il 9 ottobre infatti la parola condanna manca. Il 10 ottobre l’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha scritto a nome dell’Unione che l’Ue si rammarica profondamente e che il rinvio di sei mesi deciso da Washington apre “spazio per la diplomazia”. Sei giorni dopo il Consiglio europeo, cioè i capi di governo, ha ripetuto il rammarico, ha chiesto agli Stati Uniti di ritirare le misure e ha affidato alla Commissione il compito di proteggere la Corte.
In realtà per proteggerla davvero uno strumento esiste già. È un regolamento europeo del 1996, lo chiamano statuto di blocco, e vieta alle aziende dell’Unione di obbedire a sanzioni decise da Paesi terzi: se la Commissione ci inserisse quelle americane, una banca europea che lavora per la Corte avrebbe il divieto di piegarsi a Washington. Lunedì la Commissione ha fatto sapere che l’ipotesi resta sul tavolo, senza una decisione e senza una data.
A chiederlo sono cinque governi, Belgio, Spagna, Slovenia, Francia e Austria, mentre i Paesi Bassi, che ospitano la Corte, vogliono tenerlo pronto come ultima risorsa. Al Parlamento europeo l’hanno chiesto per lettera 58 deputati e poi la commissione Esteri, con 50 voti contro 18. L’Italia in quell’elenco manca.
Roma in prima linea, a parole
Il governo italiano ha preferito un’altra strada. Il 9 ottobre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha firmato con i colleghi di Germania, Francia, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito, Canada e Giappone una dichiarazione che si dice “fortemente in disaccordo” con le sanzioni e promette un “dialogo costruttivo e inclusivo” con gli Stati che stanno fuori dalla Corte, cioè anche con chi quelle sanzioni le ha appena firmate.
Le misure di Trump erano arrivate poche ore dopo il Nobel per la pace a un’ex giudice della Corte. Quando il Messaggero gli ha chiesto se Trump avesse sbagliato, Tajani ha risposto che «non spetta agli Stati commentare l’assegnazione dei Premi Nobel». Mercoledì, alla Camera, ha promesso che l’Italia lavorerà «nei prossimi 6 mesi» per la revoca: sono esattamente i sei mesi che Washington ha concesso ai 125 Stati della Corte per venire incontro alle sue richieste.
Del resto il governo con l’Aja ha un conto aperto. Il 19 gennaio 2025 la polizia fermò a Torino il generale libico Osama Almasri, ricercato dalla Corte per crimini di guerra e contro l’umanità, e due giorni dopo era già in Libia, riportato a casa con un volo di Stato. I giudici hanno stabilito che l’Italia ha violato i suoi obblighi e a gennaio 2026 l’hanno deferita all’Assemblea degli Stati parte, l’organo dei Paesi che aderiscono al tribunale, scrivendo che non è chiaro se Roma sia ancora disposta a cooperare.
Nel gruppo dei Conservatori e riformisti europei, dove siede Fratelli d’Italia, secondo Eumans manca qualsiasi posizione pubblica sulle sanzioni, e per il Sacharov quel gruppo sosteneva, insieme ai Popolari, l’oppositore tanzaniano Tundu Lissu. Il Parlamento europeo ieri ha dato alla Corte un premio, il governo italiano le offre sei mesi di buone maniere con chi ha promesso di smantellarla.