Il conformismo ci sta dilaniando

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di Lidia Lombardi

C’era Ninetto Davoli, i riccioli ora candidi e il sorriso frizzante come una volta. C’era Bernardo Bertolucci, commosso nei ricordi. E Francesco Rutelli, in omaggio non solo al protagonista della mostra appena aperta al Palaexpò, “Pasolini Roma”, ma anche al suo ideatore, Gianni Borgna, da poco scomparso e a capo della cultura capitolina nelle ultime giunte di sinistra. E c’era, alla “vernice” a ridosso dei 45 anni della morte di Pasolini, una folla presa dalle lettere, dai versi, dalle foto, dai video che rimandano ai cinque lustri – 1950-1975 – trascorsi nella capitale dall’intellettuale di Casarsa. Anni del neorealismo, del boom. Poi del dominio della Democrazia Cristiana dei Fanfani e degli Andreotti, della strategia della tensione, del terrorismo.
Pasolini li ha vissuti sulla propria pelle, quegli anni. Ha portato la croce della sua diversità. E riverbera, nella rassegna, come una vox clamans nel deserto.

Quattro sezioni
Al Palazzo delle Esposizioni il “racconto” è scandito in quattro sezioni, ciascuna un quinquennio della vita di Pier Paolo. La prima – 1950-1955 – la più dolente e poetica. Pasolini arriva dal Friuli con la madre. Come un profugo, scacciato dalla scuola dove insegna e dal Pci, dove milita. Il primo tributo all’omosessualità, peccato più insopportabile per i compagni che per il Biancofiore. Ecco l’arrivo alla stazione Termini, le foto della casetta affittata nella periferia cresciuta senza piano regolatore, la lettera a un amico nella quale spiega la pacificazione a fatica raggiunta con l’Altro da sé, l’omosessuale, sempre fedele alla propria onestà civile e intellettuale. Anni di ricostruzione, anche dallo spettro dell’occupazione nazista, e le immagini della Magnani in “Roma città aperta” in un cinematografo ricostruito come una wunderkammer stanno a ricordarlo. Il Sessanta porta a Pasolini le prime soddisfazioni di scrittore e regista. Ha metabolizzato un mondo non suo, la lingua dei sottoproletari delle borgate, i loro spicci riti. Ma anche il Palazzo, pieno di contraddizioni. Un video inquadra Bernardo Bertolucci giovane che racconta il primo incontro con Pasolini. Aveva bussato a casa sua, impacciato, per parlare col padre, il poeta Attilio Bertolucci. Era vestito come un operaio nel giorno di festa, con l’abito blu da pochi soldi, dice Bernardo.

Novello Dante Alighieri
Invece Pier Paolo era pure lui poeta, lo stesso poeta antimodernista che avrebbe scritto “Le ceneri di Gramsci” usando terzine ed endecasillabi, novello Dante mentre si imponeva lo sperimentalismo del Gruppo ’63. Comincia la stagione del cinema, Pasolini lavora in borgata per “Accattone”. Poi il processo per blasfemia per “La ricotta” (ne uscirà assolto), “Il Vangelo secondo Matteo”, il legame con la “moglie” non fisica Laura Betti, l’amicizia di Moravia, col quale condividerà una casa a Sabaudia. Il polemista rinnega la sua “Trilogia della vita”, se viene strumentalizzata dal potere. Bolla le passerelle di politicanti in tv, mezzo che falsifica tutto. Va a vivere dalla borgata a Monteverde, poi all’Eur. E sono toccanti in versi nei quali vagheggia agiatezza per possedere una libreria.

Tragedia italiana
Cupi gli anni ‘70. Denuncia l’omologazione e l’assassinio delle minoranze linguistiche, come quella catalana. Schiaffeggia il consumismo. Che ha distrutto, per esempio, lo spirito schietto dei giovani romani. E denuncia l’anima nera del potere, con quell’articolo, “Io so”, nel quale dice di conoscere i responsabili delle stragi di Brescia, di Piazza Fontana. Fino all’ultimo mistero, la scomparsa di Enrico Mattei. Tre fusti racchiudono simbolicamente il manoscritto di “Petrolio”, romanzo incompiuto. Forse il nocciolo della strana morte di Pasolini all’Idroscalo di Ostia, il 2 novembre 1975. L’orazione funebre di Moravia suggella una tragedia italiana.