Il Covid ha fatto strage soprattutto tra i poveri. Rapporto Istat sugli effetti della pandemia: più morti tra i ceti deboli

di Clemente Pistilli
Politica

I poveri sono stati le principali vittime del coronavirus. Chi ha di meno in Italia ha avuto e continua ad avere anche meno possibilità di sconfiggere il Covid-19. Lo ha certificato l’Istat, che nel Rapporto annuale ha evidenziato come il numero più alto di morti dall’inizio della pandemia va ricercato all’interno delle classi svantaggiate. L’Istituto di statistica presieduto da Gian Carlo Blangiardo, più in generale, ha poi sottolineato che il Covid ha acuito i divari, portando anche al crollo del Pil e della natalità. Un quadro insomma di particolare complessità e incertezza. La caduta dell’attività nel Paese è considerata dall’Istat di ampiezza inedita, rispetto alla quale si intravedono però fortunatamente i primi segnali di reazione.

“La crisi provocata dall’emergenza coronavirus – ha affermato anche il presidente della Camera, Roberto Fico – rischia di acuire drammaticamente divari sociali ed economici, già a livelli inaccettabili”. Non a caso lo scorso anno il Pil è cresciuto solo dello 0,3% e il suo livello è rimasto appena al di sotto di quello registrato nel 2011, alla vigilia dell’ultima recessione, mentre nel primo trimestre 2020 il blocco parziale delle attività a marzo ha determinato una contrazione congiunturale del Pil del 5,3% e cadute ancora più marcate dei consumi privati (-6,6%) e degli investimenti (-8,1%). Quindi la piaga dei poveri principali vittime del Covid.

Il rapporto standardizzato di mortalità, che misura l’eccesso di morte dei meno istruiti rispetto ai più istruiti, è intorno all’1,3 per gli uomini e a 1,2 per le donne e non si osservano oscillazioni di rilievo nei diversi mesi. A marzo però il rapporto è variato negli uomini da 1,23 del marzo dell’anno precedente a 1,38 e nelle donne da 1,08 a 1,36. Con un aumento appunto del rapporto di mortalità negli individui con livello di istruzione basso rispetto al livello alto, nella classe di età 65-79 anni e nelle aree con alta diffusione dell’epidemia, sia per gli uomini (da 1,28 a 1,58), sia per le donne (da 1,19 a 1,68).

L’ennesima conferma di un Paese in cui le ingiustizie si fanno ovviamente sentire ancor di più nei momenti di maggiore difficoltà. E c’è poi su tale aspetto da aggiungere che in Italia si è fermato l’ascensore sociale, ovvero la speranza di migliorare la propria condizione economica rispetto alla famiglia di origine. Per il 26,6% dei nati nell’ultima generazione (1972-1986) l’ascensore è diventato “mobile” verso il basso.