Il Covid ha fatto una cosa buona. Per strada sono sparite le lucciole. Parla il presidente di Ala Onlus: “Ora si sta tutti in case e alberghi. E si paga di più”

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Da sempre ritenuto il mestiere più antico del mondo, anche la prostituzione è soggetta ai cambiamenti che la pandemia e lo sviluppo tecnologico stanno apportando a ogni settore. L’unica cosa che non cambia mai è il bigottismo di chi ancora lo ritiene un tabù. Ne è convinto Vincenzo Cristiano, Presidente di ALA Milano Onlus, un’organizzazione laica che si occupa di tutela della salute, inclusione sociale, lotta alle discriminazioni e cooperazione.

Come si è evoluto il fenomeno della prostituzione nell’ultimo periodo?
“In passato ci sono state varie ondate di prostituzione su strada. Adesso la situazione è profondamente cambiata: in strada ci sono fra le 500 e le 700 persone e molte sono ragazze trasgender di origini sudamericane. Al contrario si è diffusa molto la prostituzione in casa o nei luogghi di aggregazione, che invece conta fra le 3 e le 4mila persone. Questo numero aumenta in occasione di fiere o altri eventi, come il Salone del Mobile, perché arrivano molti turisti e quindi anche prostitute da altre città o addirittura da altri Paesi. Anche durante il weekend si registrano arrivi di ragazze dall’Est, che atterrano il venerdì per ripartire la domenica. La maggior parte di queste poi ricevono in hotel, spesso anche molto lussuosi. La verità è che, a prescindere dalla tanta ipocrisia sul tema, c’è una richiesta continua e costante nel tempo, soprattutto in una città come Milano, dove spesso le prostitute diventano anche un modo per festeggiare la chiusura di un affare. Non a caso il costo di una prestazione può andare dai trenta euro, soprattutto per le persone su strada, fino anche a mille euro”.

Fra di loro, però, ci sono anche le vittime della tratta?
“Le vittime della tratta sono soprattutto le prostitute su strada, ma fortunatamente abbiamo ottime leggi che ci permettono di arrestare chi traffica gli essere umani. Per questo rappresentano una minoranza, ovviamente da continuare a contrastare”.

Avete quindi delineato un identikit del cliente medio?
“Venti anni fa si pensava che ad andare a prostitute fossero persone particolarmente introverse, con problemi fisici, anche lievi, o psicologici e i giovani che volevano fare le prime esperienze. Oggi si tratta tendenzialmente di uomini di età fra i 30 e i 60 anni, con famiglia, che in determinate occasioni evadono dalla routine quotidiana. E’ per questo che bisognerebbe fare un ragionamento serio sul tema, perché c’è tanta ipocrisia ma poi la richiesta è davvero importante. Basti pensare che, anche durante il lockdown, c’erano clienti che andavano negli appartamenti delle prostitute”.

La prostituzione indoor ha diminuito i rischi per la salute?
“Sicuramente c’è maggiore attenzione da parte delle operatrici, il problema è che molti clienti sono ancora disposti a pagare di più per prestazioni non protette. E questo espone spesso ad alti rischi”.

Qual è invece il volume della prostituzione maschile?
“I volumi sono nettamente inferiori: fra il 5% e il 10% rispetto a quella femminile. Non è quasi mai su strada e le dinamiche sono spesso molto diverse. Mentre è facile trovare siti con ragazze, anche trasgender, che si offrono apertamente, elencando i propri servizi e mostrando le proprie foto, nella prostituzione maschile ci sono più che altro chat dove la cliente può conoscere il suo interlocutore, parlarci e poi eventualmente concretizzare l’incontro. Oppure ci sono dei locali dove si possono incrociare uomini che vendono le propre prestazioni sesuali. E’ quindi una rete più sommersa e difficile da monitorare”.