Il Csm ferma il renziano Manzione. Corre per guidare la Procura di Lucca. La nomina slitta per i precedenti incarichi politici. Il pm è stato sottosegretario con Letta, Renzi e Gentiloni

DOMENICO MANZIONE
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Dopo mesi torna a riaccendersi l’eterno dilemma sui rapporti tra politica e toghe. A riaccendere la miccia è stata la decisione del Consiglio superiore della magistratura di congelare, per la seconda volta in pochi mesi, la nomina del magistrato ed ex sottosegretario (renziano) dell’Interno dei Governi Letta, Renzi e Gentiloni, Domenico Manzione, alla guida della procura di Lucca. La decisione è arrivata dopo un lungo confronto dove, alla fine, è prevalsa con 8 voti a favore, 5 contrari, e ben 10 astensioni, la decisione di ritornare in quinta commissione, quella competente per gli incarichi direttivi, come proposto dalla togata di Magistratura indipendente, Loredana Miccichè.

Storia già vista perché a settembre la pratica era stata bloccata su richiesta dei consiglieri Nino Di Matteo, Antonio D’Amato e Sebastiano Ardita perché, oggi come allora, i dubbi riguardano la precedente esperienza politica di Manzione e non di certo il suo curriculum che, senza ombra di dubbio, è di tutto rispetto. Che dal plenum non sarebbe arrivato il via libera era apparso chiaro già all’apertura del dibattito con la Micciché, relatrice del caso, che ha messo subito le cose in chiaro. “Non c’è nulla di male a essere amici di un politico ma la dichiarazione esplicita di essere stato nominato sottosegretario nel governo Letta per i rapporti di amicizia e stima con il senatore Matteo Renzi, nel corso di un’intervista rilasciata alla trasmissione Report, e diventata quindi di dominio pubblico, non mi consente di poter sostenere questa nomina” spiega la Micciché.

“La dichiarazione, inevitabilmente, influisce sulla percezione di imparzialità e di indipendenza, requisiti fondamentali per il conferimento di un ufficio direttivo di un procuratore della Repubblica in Toscana” sostiene il consigliere di Mi che ricorda come “il procuratore è il titolare dell’azione penale e il senatore Renzi è indiscutibilmente un esponente politico di grande rilievo in quella regione”. A sostenere che non ci siano problemi è stato il togato di Area Giuseppe Cascini, vicepresidente della quinta commissione, che in plenum ha ricordato che “la questione dell’incarico politico rivestito da Manzione è stata ampiamente discussa in Commissione, concludendo che in assenza di disposizioni normative, di legge o circolare, che prevedano una valutazione negativa per coloro che abbiano assunto incarichi fuori ruolo o politici, non era possibile non riconoscere la netta prevalenza, sul piano degli indicatori generali e speciali della circolare, del dottor Manzione rispetto agli altri candidati“. Una tesi che, evidentemente, non ha convinto gli altri consiglieri del Csm.

AMICIZIA CONSOLIDATA. Quel che è certo è che esiste da tempo un legame tra la famiglia Manzione e il leader di Italia Viva. Nulla di strano o sospetto, è bene specificarlo, ma resta il fatto che il caso del magistrato non è l’unico che vede incrociare i destini di Renzi e dei Manzione. Tempo fa a far discutere era stata l’ascesa della sorella Antonella Manzione. La donna, infatti, da capo dei vigili urbani di Firenze era stata messa a capo del Dipartimento degli affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio al tempo di Renzi premier. Successivamente, tramontata l’esperienza del senatore alla guida del Paese, la Manzione è stata scelta come consigliera di Stato. Più recentemente, scatenando altre polemiche, era stata scelta come consigliera giuridica dal ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova che difese la nomina spiegando che la Manzione “è una professionista seria e una tecnica ineccepibile” e per questo le aveva affidato un incarico fiduciario.