Il decreto cultura è soltanto aria fritta

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

 

di Lidia Lombardi

Il decreto cultura? Aria fritta. Li limita a perpetuare stanziamenti a questa o a quella istituzione, senza chiedere rendiconti. E provocando un nido di vipere”. Luca Nannipieri, combattivo “analista” del Bel Paese, conferma a La Notizia la visione squisitamente liberista che caratterizza il suo ultimo libro, “Libertà di cultura –Meno Stato e più comunità per arte e ricerca” (Ed. Rubettino).
Insomma, Nannipieri, continua la sua battaglia per cambiare l’universo Beni Culturali. A partire dai finanziamenti.
“Uno dei primi passi della rivoluzione che propongo. Sono sempre criteri soggettivi quelli che indirizzano i fondi statali agli Uffizi invece che al sito archeologico di Luni, a Brera invece che al piccolo museo. Il peggio è che si versano i contributi e non si chiede a chi li ottiene di cercare autonomamente i fondi. Io dico invece: si diano soldi e l’ente decida come impiegarli. . Ma allo scadere di tre anni, si faccia un bilancio: riceverà dallo Stato in proporzione a quanto è riuscito a reperire. L’elargizione avrà così un motivo non politico ma matematico”.
Invece la politica perpetua l’andazzo. Lei, membro del comitato scientifico di Magna Carta, la Fondazione del ministro Quagliarello, dice che non si riterrà soddisfatto fin quando le sue proposte non verranno discusse in parlamento.
“Certo, perché finora convegni, studi, incontri – Magna Carta ne farà uno a breve invitando il ministro Brai – non sono riusciti a far calendarizzare alla politica il nodo culturale. Inutile consegnare dossier al Collegio Romano, se poi rimangono lettera morta”.
Il cambio di passo può avvenire con Matteo Renzi, fresco di job act?
“Renzi nei mesi scorsi ha sostenuto che la cultura è un punto fondamentale dell’impresa Italia, ma per ora parla solo di legge elettorale. Eppure dal patrimonio monumentale, artistico, paesaggistico può creare molta occupazione. Però occorre coraggio”.
Per esempio?
“Per esempio rivedere il carrozzone Mibac. Ripeto, vanno aboliti i finanziamenti ai Beni Culturali, intendo quelli garantiti. Il Colosseo incassa 24 milioni di euro per il restauro e dopo due anni stiamo ancora montando i ponteggi. Pompei conta su 104 milioni, finanziati in due anni, e non è cambiato niente. Si va avanti con microriforme, come il Decreto Cultura”.
Lei vuole cassare anche le sovrintendenze.
“Sono un tentativo generoso ma fallimentare di tutela del patrimonio culturale. L’autorità centrale è distante dalla realtà di un palazzo antico in uno dei tanti borghi d’Italia, di una chiesa-capolavoro che resta chiusa. Ma se si fa avanti una comunità locale per farla visitare e conoscere, tutelarla insomma, ecco il no del sovrintendente. Quanti casi del genere mi hanno segnalato. Perfino l’Associazione Dimore Storiche ha le mani legate”.
Ma il decentramento del Beni Culturali non rischia di fare la fine delle Regioni, infestate dalla finanza allegra?
“Il problema della corruzione c’è ovunque. Ma se è corrotto il potere vicino lo puoi più facilmente controllare. E si riesce a intervenire prima se non ci sono lacci annodati in alto. A Pisa, per esempio, la chiesa deI Cavalieri, del Vasari, sta cadendo a pezzi nonostante una Banca locale abbia resi disponibili 350 mila euro per risanare il tetto. Soldi che non si possono spendere per cavilli della burocrazia statalista. Insomma, più il potere è vicino più è verificabile, contrastabile, revocabile”.
Lei vorrebbe che si eliminasse anche il Codice dei Beni Culturali.
“Sì, perché dà un potere esclusivo al dicastero. E’ lo Stato a decidere cos’è un bene culturale. Se invece è la comunità locale a dirlo, allora lo protegge. I siti non restano abbandonati ma si vivificano. Ci sono 28 milioni di italiani che non visitano mai un parco archeologico. Le antiche città di Alba Fucens, in Abruzzo, di Altilia Sepino, in Molise, sono deserte. Perché non darle alla cura dei locali? Perché non far tutelare agli abitanti di Cerveteri la necropoli della Banditaccia, depredata ogni giorno?”.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Adesso basta errori sul virus

Cantano vittoria come se avessero ottenuto chissà cosa, ma l’Italia che comincia a riaprire dal 26 aprile non è un successo delle destre. Con le solite balle a uso elettorale, Salvini & company da ieri stanno ingolfando i social per intestarsi il ritorno alla normalità

Continua »
TV E MEDIA