Il “facilitatore” Giovannini. Un flop che fa curriculum

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di Vittorio Pezzuto

“Tecnici” proprio no, perché l’esperienza fallimentare del governo Monti ha del tutto screditato il termine agli occhi dell’opinione pubblica. “Saggi” nemmeno: la definizione squalifica implicitamente le presunte qualità intellettuali di tutti gli altri protagonisti della politica e poi non ha nemmeno portato fortuna ai quattro cirenei del centrodestra che nel 2006 si riunirono nella baita di Lorenzago con il mandato di mettere mano a una riforma credibile della legge elettorale: basterà ricordare come, sostenuti in quella fatica da abbondanti bicchieri di vino e qualche fetta di salame, riuscirono nell’impresa di partorire il famigerato Porcellum. Ecco allora che la denominazione più azzeccata per i dieci maschi d’establishment che il capo dello Stato ci ha proposto come sorpresa pasquale potrebbe essere quella di “facilitatori”.
Un termine che richiama subito alla mente l’indimenticabile personaggio interpretato da Harvey Keitel nel film “Pulp Fiction”, quello per intenderci che si presentava alla porta dicendo «Sono Wolf, risolvo problemi».

Una commissione ad hoc
Come noto, tra quanti sono stati chiamati a ripulire la scena dall’ingombrante cadavere politico di Pier Luigi Bersani, compare anche il presidente dell’Istat Enrico Giovannini. Una scelta per certi versi sorprendenti (sempre ammesso che ci si possa ancora sorprendere di qualcosa), se solo si torna con la memoria al clamoroso fallimento di cui si è reso recentemente responsabile in qualità di presidente della “Commissione governativa per il livello retributivo Italia-Europa”.
Quest’ultima era stata prevista dal primo articolo del decreto legge 98/2011 ovvero della drastica manovra economico-finanziaria che il governo Berlusconi era stato costretto a varare in tutta urgenza nel luglio di due anni or sono. Insediatasi all’inizio di settembre presso Palazzo Vidoni con la benedizione del ministro Renato Brunetta, la Commissione Giovannini era chiamata a fotografare la realtà italiana delle buste paga dei titolari di cariche elettive e dei vertici dell’amministrazione pubblica allo scopo di confrontarle con quelle percepite annualmente dai pari grado negli altri sei principali Stati dell’area euro (Germania, Francia, Paesi Bassi, Spagna, Belgio e Austria).
Nel caso assai probabile di significative divergenze, avrebbe quindi dovuto individuare gli opportuni parametri retributivi per abbassare alla media ponderata europea (rispetto al Pil di ciascun Paese) gli stipendi dei nostri politici e grand commis d’Etat. Per dirla in termini più sbrigativi, mentre varava l’ennesima manovra “lacrime e sangue” il governo Berlusconi decideva di rinviare i tanto invocati tagli alla casta con lo strumento da sempre più efficace: la creazione di una commissione di studio ad hoc.

Esperti pro bono
Intorno a Giovannini veniva così a riunirsi una squadra di tutto rispetto composta dai professori Alberto Zito (Università di Teramo), Giovanni Valotti (Università Bocconi di Milano), Ugo Trivellato (Università di Padova) e Roberto Barcellan (Eurostat).
Va peraltro precisato che per questi cinque esperti la legge prevedeva espressamente l’assenza di qualsivoglia compenso ed è forse per questo che i lavori della Commissione non si sono segnalati come un esempio di stakanovismo riformatore: una manciata appena di riunioni erano state infatti sufficienti per lanciare a fine anno un grido d’allarme sulle difficoltà tecnico-operative che si stavano incontrando.
Tanto che il 4 aprile 2012, esattamente un anno or sono, il presidente Giovannini alzava definitivamente bandiera bianca e sventolava rassegnato una relazione ben al di sotto delle attese, tenuto conto che conteneva per lo più raffinatissime formule statistiche ma nessuno dei dati che a queste dovevano essere applicati.

Le giustificazioni
Il carniere dei numeri è infatti rimasto pressoché vuoto. Quel giorno Giovannini prova a giustificare il fallimento spiegando che «nonostante l’intenso lavoro svolto nei mesi scorsi, i vincoli posti dalla legge, l’eterogeneità delle situazioni riscontrate negli altri Paesi e le difficoltà incontrate nella raccolta dei dati non hanno consentito alla Commissione di produrre i risultati attesi».
Entrando nello specifico, segnala infatti che solo in nove casi su 30 è possibile stabilire una buona corrispondenza tra le istituzioni e gli enti italiani da esaminare (Parlamento, Authority, Corte Costituzionale, Enti locali) «e quelle di tutti e sei i Paesi europei scelti per il raffronto.
Inoltre per nessuno dei nove enti in cui si è trovata una corrispondenza è stato possibile acquisire né dati con la precisione richiesta né comunque dati ragionevolmente affidabili sotto il profilo statistico». Ai giornalisti il presidente Giovannini spiega quindi che la scelta di non diffondere i dati fin qui raccolti è «una scelta di correttezza istituzionale. Ci sono dei ‘buchi’ nei dati forniti dagli altri Paesi europei e l’opinione pubblica avrebbe potuto essere influenzata da cifre parziali». Come no. Tant’è vero che «alla luce dell’esperienza maturata e delle evidenti difficoltà incontrate nello svolgimento dei propri lavori, anche a causa della formulazione della normativa vigente, la Commissione ritiene dunque doveroso rimettere il mandato ricevuto».
Una resa senza condizioni, che non mancherà di suscitare diverse ironie e un malizioso interrogativo. Nel vasto elenco degli organismi pubblici oggetti dell’indagine non comparivano infatti la stessa Istat e le omologhe strutture europee.
Che su questa scelta abbia forse pesato l’inconscio timore di Giovannini di scoprire che la sua retribuzione annua lorda (270mila euro) sia di gran lunga superiore a quella dello stesso direttore di Eurostat? Non lo sapremo mai.
Sappiamo invece che da quel giorno la “Commissione governativa per il livello retributivo Italia-Europa” si aggira come un ectoplasma nei palazzi del potere: i suoi membri si sono dimessi da tempo ma questa resiste sulla carta ‘imprigionando’ lo stesso Giovannini, dal momento che la sua legge istitutiva prevede che a presiederla resti in ogni caso il presidente dell’Istat.
Un paradosso tutto italiano che chiude una vicenda in cui il capo degli statistici italiani non ha certo brillato per determinazione ed efficienza. Proprio per questo sorprende che il presidente Napolitano abbia deciso di affidare anche a lui la missione di elaborare proposte decisive per salvare tutti noi dal baratro politico-istituzionale. Non serve una indagine comparativa per sapere che negli altri Paesi europei non sarebbe mai successo. Ma si sa che in Italia, a certi livelli, anche i flop fanno curriculum.

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