Il gasdotto Tap rifila uno schiaffone all’Ilva. Per la maxifornitura di tubi preferito un colosso tedesco. E il piano di Renzi per salvare l’acciaieria vacilla

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di Stefano Sansonetti

Il primo tentativo è andato a vuoto. Ma c’è chi parla direttamente di fallimento, soprattutto se si considera l’impegno che il Governo guidato da Matteo Renzi aveva profuso per la realizzazione del contestato gasdotto. Di sicuro sull’asse Roma-Taranto in questi giorni c’è fibrillazione, per usare un eufemismo. Perché quello appena ricevuto dall’Ilva, alle prese con un complicatissimo piano di sopravvivenza, è un sonoro schiaffone. A rifilarglielo è stato il Tap, Trans Adriatic Pipeline, ovvero il progetto di gasdotto che dal confine tra Turchia e Grecia dovrebbe portare il gas del Mar Caspio (in cui la fa da padrone l’Azerbaijan) fino alle coste del Salento. La scorsa settimana la società che ha in gestione l’opera ha assegnato due lotti di una maxi commessa che aveva a oggetto la fornitura di circa 270 km di tubi lineari per la sezione onshore (su terra) del gasdotto.

LA PROCEDURA
L’appalto, del valore di circa 250 milioni di euro, alla fine è stato assegnato al colosso tedesco Salzgitter Mannesmann. E qui sta lo schiaffone di cui sopra, perché alla succulenta commessa ambivano in tanti, Ilva compresa. Ma l’offerta dell’acciaieria italiana, oggi guidata dai tre commissari Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba, tutti nominati dal ministro per lo sviluppo economico Federica Guidi, a quanto pare è stata giudicata insufficiente dal punto di vista tecnico. In particolare la società Tap avrebbe contestato all’Ilva un’offerta di tubi di lunghezza inferiore a quelli del concorrente tedesco. Questo avrebbe comportato maggiori costi di saldatura di tubi più corti. L’acciaieria italiana avrebbe cercato di compensare questo “difetto” con uno sconto sul prezzo. Ma alla fine la scelta è caduta su Salzgitter Mannesmann. L’episodio potrebbe anche essere derubricato a semplice “schermaglia” contrattuale, se di mezzo non ci fossero la sopravvivenza dell’Ilva, per la quale la commessa sarebbe stata una boccata d’ossigeno, e l’impegno del Governo Renzi, che tanto si è battuto per favorire con norme ad hoc una rapida evoluzione del gasdotto.

LOBBY
E qui le spinte diplomatico-lobbistiche sono state diverse. Dietro alla costruzione del gasdotto ci sono gli interessi di big energetici di diversi paesi. La società Tap è partecipata dagli inglesi di British Petroleum (20%), dagli azeri di Socar (20%), dai norvegesi di Statoil (20%), dai belgi di Fluxys (19%), dagli spagnoli di Enagas (16%) e dagli svizzeri di Axpo (5%). Il progetto di gasdotto, che dovrebbe coprire una lunghezza di 800 chilometri, punta a portare in Europa il gas estratto dai giacimenti del Mar Caspio di competenza dell’Azerbaijan. Lo stesso Renzi, lo scorso luglio, ha incontrato il presidente azero Ilham Aliyev. Nel lavorìo diplomatico del Governo italiano l’obiettivo era chiaro, almeno sulla carta: velocizzare la realizzazione del Tap in modo tale che l’Ilva potesse in qualche modo trarne beneficio in termini di commesse. Ma il primo tentativo è fallito. Adesso ci si potrà rifare con i prossimi appalti. E l’Ilva, a quanto pare, ha tutta l’intenzione di riprovarci.

Twitter: @SSansonetti

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