Il giudice di Craxi è una lumaca

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di Clemente Pistilli

Da anni riempie le cronache per le condanne inflitte in processi che hanno segnato la storia d’Italia, da quello sul conto protezione del Psi di Craxi al maxi procedimento contro la federazione delle mafie del Nord, per passare ai più recenti casi del dossieraggio alla Telecom e del crac della Maison Burani. La condanna, però, ora è arrivata per lui e a confermarla è stata la Corte di Cassazione a sezioni unite. Il giudice Piero Gamacchio, presidente della III sezione penale del Tribunale di Milano, specializzata in reati societari, ha perso due mesi di anzianità, una sanzione pesante per un magistrato inflitta dal Csm, che lo ha ritenuto un giudice-lumaca, depositando le motivazioni delle sentenze con una media di un anno di ritardo e a volte arrivando anche a quattro anni.

Anatema da Hammamet
Il nome di Gamacchio divenne noto al grande pubblico nel periodo di Mani Pulite. Fu lui a condannare a otto anni e mezzo di reclusione Bettino Craxi, al termine del processo sulla tangente scandalo dell’Eni, la P2 e il crac dell’Ambrosiano, la banca di Roberto Calvi accusata di aver versato al Partito socialista 7 miliardi di dollari su un conto in Svizzera, il cosiddetto conto protezione da cui prese il nome il processo. Il leader del garofano era già riparato in Tunisia, ad Hammamet, e dall’altra sponda del Mediterraneo, dinanzi alla pesante condanna tuonò contro il giudice Gamacchio: “E’ stato un processo politico prefabbricato a tavolino. Quel giudice tre mesi fa, prima di essere nominato, preannunciò che avrebbe inflitto una dura condanna. Ho le prove e le ho già depositate da un notaio”. “Una sentenza bieca”, gli fece eco Claudio Martelli, condannato alla stessa pena. E sempre il presidente della III penale divenne oggetto di aspre critiche tredici anni fa, quando depositando dopo oltre un anno le motivazioni del processo antimafia denominato Count Down undici imputati condannati all’ergastolo tornarono liberi per decorrenza dei termini.

Comportamento censurato
Il giudice, in passato, sempre per ritardi nel deposito delle sentenze, era stato sottoposto a due provvedimenti disciplinari, da cui era però uscito indenne. Questa volta non è andata così e l’organo di autogoverno delle toghe non si è limitato a un rimprovero, togliendo al giudice due mesi di anzianità, misura pesante per un magistrato. Per il Csm e per la Suprema Corte non conta neppure il fatto che il magistrato è uno di quelli che lavorano molto, non potendo i carichi di lavoro e l’indiscussa laboriosità “scriminare” i ritardi della toga. Prima come gip e poi come presidente della III sezione penale, tra il 2003 e il 2010, Gamacchio ha depositato le motivazioni delle sentenze con ritardi tra i 100 e i 200 giorni, arrivando anche a 2.246 giorni. La media? Un anno di ritardo. Con tutti i problemi che ne derivano, sia per i giudici di secondo grado che per imputati e difensori. Ritardi considerati “gravi e ingiustificati”. Per il Csm tale comportamento “ha caratterizzato tutta la carriera del magistrato”, che ha “sempre sofferto di carenze strutturali nell’organizzazione del suo lavoro”. La condanna, dopo che la Cassazione ha respinto il ricorso, è confermata.

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