Il governo disinnesca Renzi. E il rottamatore cerca altre strade

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di Francesco Nardi

La rottamazione? Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente. A Renzi tocca rispolverare, parafrasandolo, il celebre monologo di Giorgio Gaber, dal momento che per il suo cavallo di battaglia, il ricambio generazionale, per un po’ non sarà aria.
L’esecutivo varato da Enrico Letta non sarà certo, in termini di ricambio, quello che immaginava il sindaco di Firenze, ma di certo contiene una significativa quota di “giovani” e di nomi nuovi.
Quanto basta a disinnescare la fin qui improrogabile istanza rottamatrice che sempre più incalzante si è alimentata negli ultimi mesi.
E’ da quando il nuovo premier ha accettato l’incarico con riserva che il rottamatore, intuendo che il nuovo esecutivo sarebbe andato in porto, ha iniziato a tratteggiare la sua nuova strategia, dettata principalmente dall’esigenza di non lasciarsi logorare dalle dinamiche di partito. Un’idea che si è sempre più rafforzata man mano che la struttura del governo andava delineandosi, accumulando chance sempre più serie di poter durare non poco.

La manovra diversiva
Il problema dunque è sfilarsi dalla corsa per la segreteria del partito cui ora Renzi giura di non essere minimamente interessato. E non perché il ruolo non lo gratifichi ma perché – spiega – questo Pd non gli somiglia minimamente: «Mi ci vedete a fare l’equilibrato, o l’equilibrista, che tiene insieme correnti e spifferi?».
E qui emerge forse il limite di cui ha parlato Franco Marini all’indomani del suo siluramento al Quirinale. Perché il Pd che piace a Renzi, quello all’americana, non cresce certo da solo
e starne alla larga coltivando strategie a lungo periodo potrebbe non funzionare.
Ma il sindaco non ci sta a restare a mezz’altezza.
Se non a Palazzo Chigi, come dice ormai da tempo, il suo posto deve restare Firenze, magari con forme di coinvolgimento alternative ma che siano in grado di metterne in luce l’operato senza logorarlo con polemiche e dissidi interni.

Una valida alternativa
Ed ecco la carta dell’Anci. Con la nomina di Graziano Del Rio, ora alla guida del ministero degli affari regionali, si è infatti liberata la presidenza dell’associazione nazionale dei comuni italiani: una posizione che in un colpo solo garantisce una valida terzietà rispetto al rapporto tra il governo e il partito e una notevole opportunità per tessere ed alimentare una rete di contatti su tutto il territorio nazionale.
Il sindaco è quindi in pole position per la poltrona che è stata di Del Rio, anche se nelle ultime ore la voce che la sua candidatura possa essere affossata è già circolata.
Il sindaco di Firenze avrebbe certamente tutti i titoli per presiedere l’associazione grazie anche e soprattutto alla sua capacità “di unire”, visto che l’Anci prende le sue decisioni all’unanimità. E poi c’è da dire che non è la prima volta che un presidente dell’associazione viene chiamato alla responsabilità di un ministero: infatti negli anno scorsi Enzo Bianco alla guida dell’associazione dovette lasciare il suo incarico perché chiamato a far parte come ministro di un governo. E a Renzi un trampolino di qui a qualche anno potrebbe fare comodo.

I timori renziani
Il timore che si diffonde nelle stanze di Palazzo Vecchio è che la corsa all’Anci possa costare al sindaco più di quanto immagina. Se infatti dovesse restare vittima anche questa volta del fuoco amico, come già avvenuto in occasione della mancata nomina a grande elettore per l’elezione del Presidente della Repubblica, le cose inizierebbero a mettersi male.
Da qui a luglio c’è giusto il tempo di capire se varrà la pena tentare , considerato che non è chiaro come si procederà. Se con un congresso nazionale che però vorrebbe dire rinnovare tutte le cariche, oppure con un’assemblea nazionale dei delegati che nominerebbe il solo presidente.
Disinnescata la rottamazione per mancanza di incentivi, a Renzi resta solo questa partita. Ed è vietato sbagliare.

@coconardi

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