Il Governo segna la rotta del prossimo bilancio. L’Esecutivo punta a vendere società pubbliche e partecipazioni per 500 milioni l’anno. Dalle dismissioni attesi 3 miliardi

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Il Documento di Economia e Finanza (Def) approvato ieri dal consiglio dei ministri traccia le linee di confine entro cui si dovrà muovere il Governo per scrivere la prossima legge di Bilancio ma i margini sono stretti visto che l’economia italiana ha perso slancio. Infatti il Def prevede una crescita media del Pil in termini tendenziali per il 2019 pari allo 0,1% a fronte dell’ultima stima del Governo che puntava a un +1 per cento. Per quanto riguarda il Pil nominale, la crescita tendenziale prevista per il 2019 si riduce dal 2,3 per cento all’1,2 per cento.

Su quest’anno pesano particolarmente le previsioni negative che stanno colpendo tutte le economie mondiali e il commercio internazionale. Le difficoltà messe nero su bianco dall’Esecutivo guidato da Giuseppe Conte, per il 2020 e per il 2021 arrivano invece, si legge nella bozza di Def esaminata dal consiglio dei ministri dal “più elevato livello dello spread sui titoli di Stato e il lieve abbassamento delle stime di crescita potenziale”.

Sul fronte del debito pubblico, i tecnici del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, stimano che “il rapporto debito/Pil nel 2019 è previsto salire al 132,7 per cento. Per gli anni successivi il rapporto tra debito e prodotto interno lordo, scenario tendenziale, si ridurrebbe al 131,7 per cento nel 2020 e via via fino al 129,8 per cento nel 2022”. A questi obiettivi si arriverà anche grazie agli introiti derivanti dalle privatizzazioni, pari a 500 milioni l’anno nel 2019 e nel 2020. Cui vanno aggiunti 3,09 miliardi attesi dalle dismissioni immobiliari nel triennio 2019-2021.

Nello scenario programmatico, l’indebitamento netto è stimato in calo dal 2,4% di quest’anno al 2,1 per cento nel 2020 e quindi all’1,8 per cento nel 2021 e 1,5 per cento nel 2022. Nei prossimi tre anni, il saldo strutturale dovrebbe migliorare di 0,2 punti nel 2020 e di 0,3 all’anno nel 2021 e nel 2022, scendendo dal -1,6 per cento del Pil nel 2019 al -0,8 per cento nel 2022.

Il Documento di Economia e Finanza stima l’impatto del Programma Nazionale di Riforma (Pnr) per il triennio 2019-2021 evidenziando le misure di più rilevanti. Sul fronte delle entrate sono attesi maggiori incassi per circa 50,8 miliardi, riconducibili prevalentemente sia all’abrogazione del regime opzionale dell’imposta sul reddito d’impresa Iri che alle disposizioni della Legge di Bilancio relative agli aumenti delle aliquote IVA e delle accise (dal 2020).

Parallelamente, il Pnr prevede minori entrate per circa 47,5 miliardi. Le misure che danno origine ai minori introiti per il Bilancio dello Stato fanno riferimento prevalentemente all’area ‘Spesa pubblica e tassazione’ e si riferiscono, tra l’altro, alla sterilizzazione delle clausole sull’aliquota IVA e sulle accise nell’anno 2019, all’abrogazione del regime opzionale dell’imposta sul reddito d’impresa Iri (che ha effetti significativi anche in termini di maggiori entrate) e all’adozione del regime contributivo forfettario di persone fisiche esercenti attività d’impresa, arte o professione, la cosiddetta flat tax (vedi articolo nella pagina a fianco).

Inoltre, il Programma Nazionale di Riforma prevede minori spese per circa 16,6 miliardi a carico del bilancio dello Stato, in virtù del taglio, introdotto con la legge di Bilancio 2019, a valere sui fondi di pertinenza delle Regioni a statuto ordinario.

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