Sono passati quasi tre secoli da quando il filosofo Jeremy Bentham ipotizzava il Panopticon, un’architettura carceraria promossa per migliorare la qualità di vita dei prigionieri, soggetti ad un controllo costante di guardie, rese invisibili da un gioco di luci e specchi, affinché creasse autodisciplina. Uno scopo nobile, naufragato nel mare delle buone intenzioni, finché nel XX secolo Michel Foucault non ha ribaltato l’assunto, riconoscendogli un’angosciante utopia di controllo sociale restrittivo e punitivo. Quando nei primi anni Duemila la Endemol produceva il Grande Fratello, nato proprio da quella intuizione filosofica, la curiosità dietro al fenomeno televisivo era quasi culturale, con l’Italia berlusconiana spaccata tra chi lo rincorreva e chi no.
La conduzione di Daria Bignardi, quello sguardo sulla normalità venduta come archetipo di extra-ordinarietà e la fascinazione hollywoodiana del Thruman Show di Jim Carrey crearono un’illusione in cui cadde pure Michela Murgia, che nel suo romanzo (Il mondo deve sapere), equipara le dinamiche dei concorrenti a certa filosofia heideggeriana: troppa grazia per un’Italia che si voleva meno alfabetizzata e più pruriginosa. I cambi di conduzione da tv popolare e i casting, polemici ed esemplari nel loro ribasso umano, hanno scongiurato interpretazioni socio-politiche perturbanti, ma non la deriva moralista in un Paese in cui bestemmiare in tv comporta la squalifica se non la scomunica, mentre dare del “frocio” o “finoccho” a qualcuno subisce un’indignazione ondivaga, a seconda delle annate di governo.
Anche questa edizione vive di contraddizioni a partire dalla messa in onda, dopo il “Caso Signorini” da risolvere in opportune sedi e che avrebbe potuto suggerire altri esiti per siffatto “esperimento televisivo”: apprestato in fretta e furia, questo GFVIP ha perso l’ossessività delle annate migliori persino nelle sue peggiori trasformazioni, il pubblico scappa e pure le provocazioni di Selvaggia Lucarelli, dopo la gogna di Aldo Grasso (“[…] Quando le fa comodo fa quella che scopre le magagne di tutti, e quando le fa comodo all’altra parte, va a fare la giurata o l’opinionista in televisione […]”), sembrano gratuite. Nulla che giustifichi il caché, dunque, tranne l’irriverenza menefreghista e feroce di Ilary Blasi, una che “lo show, quando inizia e quando finisce” lo decide lei e che a giugno ha l’ombrellone a Sabaudia: intellettuale.