Il magico suono dei colori nel mondo astratto di Kandinsky

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di Mimmo Mastrangelo

Il critico d’arte inglese Will Gompertz in una sua pubblicazione, di recente tradotta anche in Italia, rimarca quanto l’astrattismo di Vassily Kandinsky (Mosca 1866 – Neuilly-sur-Seine 1944) impose un approccio superiore,  tale da sollecitare tra lo spettatore e l’opera  un incontro a metà strada. “Il patto era che l’artista avrebbe dipinto un’immagine piacevole e vibrante, e in cambio il pubblico avrebbe resistito alla tentazione di tradurre i colori in oggetti o temi noti, e si sarebbe fatto trasportare  in un mondo immaginario , più o meno come accade quando si ascolta un brano musicale”. E proprio la musica nell’artista moscovita ebbe un ruolo non indifferente nel lasciar maturate un ideale pittorico intimistico, pullulante di immaginazione e irrazionalità. Anche Angela Lampe – curatrice, insieme ad Ada Masoero, della imponente retrospettiva inaugurata il 17 dicembre a Palazzo Reale di Milano  –  è pronta a riconoscere come Kandinsky, già avviato sulla strada dell’astrattismo, pensava a creare paesaggi sonori in modo che uno osservatore  potesse (e possa) avvertire l’intimo suono dei colori. Le ottanta opere selezionate dalla Lampe per la mostra milanese  “favoriscono” un allestimento importante che narra tutto il percorso artistico: dalle prime esperienze nel suo Paese all’accelerata formazione in Germania (a Monaco) dove apprese le tecniche pittoriche postimpressioniste e maturò una propria stilizzazione delle forme; dall’esperienza alla Bauhaus di Gropius fino agli ultimi anni vissuti in Francia quando il suo nome era divenuto sinonimo di un astrattismo per antonomasia. E’ un arte apolide e senza confini quella che sviluppò Kandinsky nel corso tempo e la mostra milanese, che segue un tragitto lungo i luoghi e le città dove visse il pittore, ne dà piena conferma. Tra gli altri dipinti,  “Improvvisazione III (1909), “Quadro con macchia rossa” (1914), “Nel grigio” (1919), “Grigianera” (1922), “Giallo, rosso, blu” (1925), “Azzurro cielo” (1940) si presentano come straordinarie ed oniriche astrazioni  che recuperano una pittura primitiva al fine di creare un linguaggio espressione di  risoluzioni interiori, di sentimenti intimi e spirituali.