Il partito secondo Matteo. Renzi s’immagina Blair e sogna un New Labour

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di Vittorio Pezzuto

Il dibattito interno al Pd – un partito che riesce a dividersi anche quando vince alle elezioni amministrative – procede a rimorchio delle prese di posizione dell’unico suo esponente in grado di catalizzare consenso e attenzione. Tutto continua infatti a ruotare attorno a Matteo Renzi, ingombrante protagonista della corsa alla segreteria del partito. Un obiettivo ambizioso che nelle ultime settimane il sindaco di Firenze ha prima cercato accuratamente di tener fuori dalla sua agenda politica ma che negli ultimi giorni preferisce invece evocare senza imbarazzi. Soprattutto da quando si è reso conto che l’indecisione a riguardo (faccio il segretario per candidarmi poi a premier della coalizione oppure mi tengo fuori dalla rissa interna per puntare direttamente a Palazzo Chigi?) rischiava di appannare il suo profilo di politico concreto e senza fronzoli. Non è infatti un caso che l’ultimo sondaggio Swg abbia certificato un calo di 4 punti della fiducia che gli italiani ripongono nella sua persona, pur restando di gran lunga il preferito dagli elettori con un significativo 56 per cento (due punti in più del capo dello Stato Giorgio Napolitano e sei punti più avanti del gradimento popolare per il premier Enrico Letta).

«Questa volta non mi faccio fregare»
In un’intervista a Il Foglio, Renzi ha finalmente gli indugi: «Vorrei candidarmi alla segreteria perché ci tengo davvero al Pd e sono sicuro che è solo con un partito innovativo, leggero, scattante, agile, e per questo non fragile, che possiamo cambiare l’Italia, imporre un bipolarismo di fatto, conquistare gli elettori degli altri partiti e dare una mano al governo, con lealtà ma senza piaggeria. Smettendola di smacchiare i giaguari, smettendola di farci dettare l’agenda dai nostri avversari, smettendola – che palle! – di farci governare dalle correnti e cominciando a farlo davvero, questo benedetto Pd».
Il sindaco di Firenze Matteo ammette di considerarsi pronto per la carica, di avere piano preciso per la scalata al partito e di star preparando un documento al riguardo. «Mi affascina l’idea di poter fare nel Pd quello che Tony Blair fece nel 1994 con il New Labour» ha spiegato, precisando peraltro di non voler fare il segretario a tutti i costi: «Non voglio che qualcuno pensi che soffra di ansia da posizionamento e che mi sia rotto le scatole di fare il sindaco». Già che c’era ha rivolto un esplicito ammonimento all’establishment del partito: «Questa volta non mi faccio fregare: se non mi fregano con le regole, e se non provano a restringere la partecipazione come hanno fatto con ottima lungimiranza in altre occasioni, io ci sono; se vogliono fregarmi, se vogliono mettermi i bastoni in mezzo alle ruote, se vogliono continuare a far rimanere il Pd ostaggio delle correnti e se vogliono trasformare le primarie in una specie di Renzi contro il resto del mondo, non so se ne vale la pena».
Frasi, quest’ultime, che non sono state gradite da alcuni suoi compagni. «Adesso basta con l’ipocrisia» ha reagito ad esempio il dirigente del Pd Giorgio Merlo, innervosito dall’attivismo di Renzi e dei suoi. «Chi continua, quotidianamente, a tuonare contro le correnti e poi, puntualmente, parla a nome della propria, faccia una cosa sola se vuol essere credibile e coerente: sciolga la sua! D’ora in poi, chi continua con questa squallida ipocrisia in tutti i dibattiti pubblici, merita di essere fischiato e contestato. Anche in politica la falsità e l’ipocrisia hanno un limite». Gli ha risposto a muso duro anche Cesare Damiano: «Se il modello Tony Blair è quello della terza via mi pare che questa via sia stata bocciata dallo stesso Blair».

Diversità di linguaggio
Sempre ieri Renzi ha tra l’altro dichiarato che la politica «deve iniziare a ragionare con la sua testa, deve emanciparsi dai sindacati e deve concentrarsi sulla busta paga dei nostri lavoratori». Ecco, immaginare una tale emancipazione quando l’attuale segretario del Pd è un ex segretario generale della Cgil sarà suonato a molti come una provocazione difficile da digerire. Ma forse per i cittadini è ancora più difficile mandar giù il linguaggio ermetico di Epifani. Intervenendo al convegno “Il futuro del riformismo: costruire la sinistra plurale”, il segretario del Pd se n’è infatti uscito con questa frase: «La contendibilità attraverso le primarie deve essere uno strumento non il fine, altrimenti diventa un problema». Avete capito adesso perché uno come Renzi rischia di stravincere?

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