Il Patto su asilo e migrazione è una mezza fregatura per l’Italia. Sul testo della Commissione Ue si profila un nuovo braccio di ferro con Roma

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“Oggi proponiamo una soluzione europea per ricostruire la fiducia tra Stati membri e per ripristinare la fiducia dei cittadini nella nostra capacità di gestire come Unione”. Così Ursula von der Leyen commenta il nuovo Patto su asilo e migrazione, presentato ieri dalla vicepresidente Margaritis Schinas e dalla commissaria Ue agli Affari Interni Ylva Johansson: evidentemente la presidente della Commissione Ue si rende conto che la questione non è più né procrastinabile né sottovalutabile. Soprattutto per quei Paesi, come l’Italia e la Grecia che per conformazione geografica si trovano necessariamente ad essere invase da migliaia di migranti che, per effetto del regolamento di Dublino – che la stessa Von der Leyen ha affermato la scorsa settimana di voler abolire – poi vi rimangono mesi, se non addirittura anni.

“L’Ue ha già dato prova in altri settori della sua capacità di fare passi straordinari per conciliare prospettive divergenti . Ora è tempo di alzare la sfida per gestire la migrazione in modo congiunto, col giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità”. Ottime dichiarazioni d’intenti sicuramente ma la strada per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni, del resto. La Commissione promette di “alleggerire i Paesi di primo ingresso”, ma nel nuovo Patto il principio resta, si prevede solo la possibilità per chi non voglia farsi carico dell’accoglienza di contribuire “in altre forme” all’eventuale pressione migratoria.

L’esecutivo europeo dunque non si spinge a chiedere ai paesi più recalcitranti (Austria e Ungheria in testa, con Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) di farsi carico in maniera obbligatoria dei migranti: auspicando una “solidarietà tra i 27 per la gestione dei flussi migratori” e una serie di “forme flessibili di sostegno su base volontaria” la questione certo non si risolve e la decisione di ciascun paese Ue di accogliere migranti che arrivano nel Sud Europa rimane su base volontaria, con ciascun governo che potrà decidere il tipo di supporto che vorrà fornire agli altri paesi.

La commissaria Johansson promette che la “pressione” sugli Stati mediterranei verrà alleggerita grazie al nuovo sistema che “prevede la ricollocazione dopo il salvataggio in mare” o, in alternativa, “il sostegno dopo lo sbarco” al Paese europeo che riceve il flusso di migranti. Ed è in quella parola, “alternativa”, che si nasconde l’insidia: l’obbligatorietà della redistribuzione, nero su bianco, è un’altra storia. Che al momento non c’è. Anche se, ripete la Commissione, la riforma di Dublino (che sancisce il principio del “Paese di primo ingresso”) “è quantomai urgente” e gli Stati membri dovrebbero trovare un accordo entro l’anno. Il tempo verbale condizionale però non è né il presente né tantomeno l’imperativo, ergo rimane tutto come è. O quasi: nel Piano si fa menzione a “controlli più rapidi e accurati alle frontiere”.

La proposta di Bruxelles prevede una procedura integrata all’ingresso dei migranti nell’area Ue con uno screening per identificare tutte le persone che attraversano le frontiere esterne europee senza autorizzazione o che vengono sbarcate dopo una operazione di salvataggio. Ciò comporterà anche un controllo sanitario e di sicurezza, il rilevamento delle impronte digitali e la registrazione nella banca dati di Eurodac.

La Commissione prevede inoltre “la sponsorizzazione dei rimpatri”: “non tutti gli Stati accetteranno i ricollocamenti”, ammette il vicepresidente Schinas, “e con questa sponsorizzazione gli Stati membri sotto pressione potranno chiedere aiuto e ricevere assistenza” sul rimpatrio del migrante senza diritto di restare in Europa. Il nuovo sistema consentirà allo Stato che sponsorizza il rimpatrio di occuparsi dei casi sui quali ha maggiori possibilità di riuscita, ad esempio ricorrendo agli accordi bilaterali già esistenti con paesi terzi.

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di Gaetano Pedullà

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