Il pavone Renzi si scaglia contro i gufi, ma le riforme non ci sono. Ecco perchè il vero bilancio di fine anno è grigio

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di Stefano Iannaccone

Al massimo si può dire che è fuori dalla recessione e con una manciata di occupati in più. Questa è in estrema sintesi la condizione dell’Italia alla fine del 2015, quando è inevitabile tirare qualche somma. Così i numeri ufficiali fanno sorgere qualche dubbio sul mantra «dell’Italia in ripresa e guarita», sconfessando l’hashtag #Italiariparte, come twitta spesso Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio ha infatti inaugurato un nuovo tour de force per celebrare i suoi risultati, tracciando un bilancio magniloquente dell’anno che sta per finire.

ALTRO CHE FANFARE – La Notizia ha cercato di fare ordine tra i dati per ricostruire la realtà dei fatti. E il quadro appare molto diverso rispetto alle fanfare governative che accompagnano quella presunta «ripresa col botto» che il leader del Partito democratico preconizzava già nel settembre 2014.

DOV’È IL LAVORO? – Il rilancio dell’occupazione è stato uno degli obiettivi dichiarati del governo Renzi. Il 2014 va in archivio con il Jobs Act in vigore. Ma, carte alle mano, dall’inizio del 2015 gli occupati sono cresciuti di 81mila unità. Ben lontano dagli oltre «300mila italiani in più al lavoro da quando il governo ha imboccato la strada del Jobs Act», declamati dal presidente del Consiglio. Le statistiche Istat a disposizione si fermano al mese di ottobre (le prossime saranno diffuse a gennaio dopo le festività), ma bastano a illustrare la situazione: il numero di disoccupati è calato da 3 milioni 103mila di gennaio a 2 milioni 927mila dell’ultima rilevazione. Tutto bene, quindi? Non proprio. Gli inattivi, ossia le persone che non cercano più lavoro (per qualsiasi motivi dalla salute allo scoraggiamento nella ricerca) sono saliti a 14 milioni 128mila: a gennaio erano 14 milioni 121mila, 7mila in meno. La differenza degli occupati, dunque, va dai 22 milioni e 443mila di ottobre ai 22 milioni 362mila di gennaio, facendo segnare un +81mila. Certo, sempre meglio di niente. Ma nel Paese ci sono ancora 2 milioni 927mila di disoccupati. E a conferma di un quadro complesso, secondo Eurostat, il tasso di occupazione italiano è tra gli ultimi in Europa, appena davanti alla Grecia.

MERITI E NON – C’è anche una tendenza veramente positiva: quella sui contratti a tempo indeterminato. “Nei primi dieci mesi del 2015 è aumentato, rispetto al corrispondente periodo del 2014, il numero delle assunzioni con contratti a tempo indeterminato nel settore privato (+329.785: da 1.107.762 a 1.437.547)”, ha spiegato l’Inps nel periodo di riferimento gennaio-ottobre 2015. Ma non tutti i meriti possono essere ascritti alla riforma del governo. “Le assunzioni che vengono attribuite al Jobs Act, in realtà, sono figlie dei forti incentivi e del generoso sconto contributivo riconosciuto alle aziende che assumono”, ha obiettato il segretario della Cgil, Susanna Camusso. Il 2016 chiarirà questo aspetto.

DEBITO BOOM – “Dal 2016 il rapporto debito-Pil torna a scendere. Non accadeva da dieci anni. Il primo bonus di questa Legge di stabilità dunque è il debito che va giù”, ha affermato Renzi, esaltando i suoi successi, riferendosi alla manovra approvata dal Parlamento. Ma al momento si tratta di una previsione: il debito pubblico nel 2015 ha proseguito un costante aumento. A gennaio era 2.165,9 miliardi: nel mese di ottobre 2015, la Banca d’Italia ha rilevato che è a 2.211,8 miliardi. Insomma, è tornato di nuovo sopra la soglia dei 2.200 miliardi, appena poco al di sotto sotto del record storico di 2.219 miliardi registrato a maggio. Per quanto riguarda il rapporto tra debito e Pil, la Commissione europea ha stimato che nel 2015 aumenterà al 133% rispetto al 132,3% di fine 2014. E, stando alle proiezioni dell’Ue, solo nel 2016 tornerà a 132,2%. Il tema del debito pubblico, alla fine di questo 2015, scotta ancora nonostante le professioni di ottimismo.

ANDAMENTO LENTO – Il mantra di #Italiariparte riporta al concetto di far diventare l’Italia “una locomotiva”. Il presidente del Consiglio, lo scorso settembre, ha affermato: “Se l’Italia fa quel che deve fare è più forte di tutti, anche della Germania”. Eppure il Prodotto interno lordo del 2015 cresce al di sotto della media europea: per l’Istat l’incremento non andrà oltre lo 0,7%, nella migliore delle ipotesi (formulata dalla commissione europea a novembre) sarà del +0,9%, nettamente inferiore alla media dell’area euro, dove il dato sarà dell’1,6%. Il metro di paragone della Germania risulta quindi inadatto: Berlino vedrà aumentare, secondo le stime dell’Ue, il Pil dell’1,7%. Nonostante tutte le difficoltà, anche la Francia, al +1,1%, fa meglio dell’Italia. Senza dimenticare che la Spagna veleggia sopra il +3%. L’economia tricolore va con un andamento lento, in affanno rispetto ai principali partner europei. Così anche dall’Istat è arrivata un’analisi prudente sulle prospettive: “Il percorso di crescita (italiana, ndr) rimane caratterizzato dall’attuale fase del ciclo internazionale che condiziona negativamente la dinamica delle esportazioni italiane”. Dunque, il pericolo di una battuta d’arresto è dietro l’angolo: tutto dipende dal contesto globale. E visto così #Italiariparte, nell’anno di grazia 2015, sembra più un incoraggiamento che un dato di fatto.

Twitter: @SteI

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