Il Pd è esploso. Per autocombustione

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di Peppino Caldarola

Il Pd è esploso. Per auto-combustione. Nessun attacco dall’esterno, tranne l’abilità di Berlusconi di spingerlo a un dialogo difficile e quella di Grillo che ha messo in imbarazzo, con la candidatura di Rodotà. La fine del Pd è frutto di ragioni contingenti e di storie lontane. Le ragioni contingenti sono il gruppo dirigente attorno a Bersani che non ne ha azzeccata una. Statisticamente era impossibile infilare una serie così inesorabile di insuccessi. A Bersani e ai suoi giovani e vecchi dirigenti è riuscito il miracolo. Zero tituli.  Le spiegazioni che risalgono a tempi più lontani riguardano invece l’essere sempre stato il Pd un “amalgama malriuscito” , in cui assieme ai vecchi contrasti fra ex Ds e ex Dc, si sono aggiunte differenze generazionali ferocissime, contrapposizioni culturali, la riedizione di uno scontro d’altri tempi fra una destra interna molto liberal e una sinistra tardo-socialdemocratica.

A questo punto il Pd difficilmente può restare unito. Ma è anche difficile immaginare come potrà dividersi. Sembra la Jugoslavia prima della deflagrazione, con etnie che scoprivano d’improvviso antichi odi e vecchie volontà di combattersi. Grillo ha molte carte in mano per spaccare il Pd definitivamente. Può insistere su Rodotà immaginando di creare attorno a lui una coalizione gauchista che lo spingerebbe ad uscire dall’isolamento ma toglierebbe al Pd non solo Vendola ma anche altre componenti interne. Può spingere, invece, su Prodi ricreando la spaccatura del vecchio Ulivo fra prodiani doc e non prodiani. Renzi ha davanti a sé la scelta di provare a prendersi il partito. Dubito che vorrà farlo. Non credo che Renzi sia interessato a un partito ferito e avvelenato da odi interni irreversibili. Può essere tentato di andare da solo, con il suo gruppo, con dirigenti di vecchia storia di sinistra come Chiamparino, a cui ha dato visibilità nel voto per il Quirinale, cerando di dar vita a un polo liberal-democratico. I cosiddetti giovani turchi pagheranno l’appoggio a Bersani e saranno costretti a rinunciare alla propria prosopopea e dovranno scegliere se essere la destra della nuova sinistra grillino-vendoliana oppure la sinistra di Renzi. Poca roba per chi si era liberato del padre, D’Alema, convinto di poterne prendere il posto.

La fuoriuscita di vecchi elefanti, come D’Alema e Veltroni, ha tolto al Pd forse i due dirigenti più criticati ma più capaci. Al di là di quello che può succedere al vertice di un partito in pezzi, il dato più interessante è quel che può accadere alla base. E’ del tutto evidente che siamo di fronte a un popolo di democratici che si era illuso di avere le vele spiegate al vento dopo le primarie e che invece poi ha scoperto non solo la terribile verità della non vittoria ma soprattutto il dramma della gestione confusa e immobilista del suo segretario. Non c’è dubbio che una parte della base si stia ormai spostando più a sinistra. La vittoria di Marino a Roma ne è un sintomo. E’ altrettanto evidente che molta parte della base del Pd considera insopportabile il rapporto, qualunque rapporto, con Berlusconi. Questa stessa base, invece, guarda ai grillini come “compagni che sbagliano” e spinge per un accordo con il movimento 5 stelle. Si è in pratica disfatto, nella componente ex diessina, quella cultura riformista che portò alla segreteria Fassino nel 2001 e che fece vincere l’attuale sindaco di Torno, supportato da D’Alema , nel duro scontro con i contestatori dei girotondi.

Il vento è cambiato. Una parte del Pd non vuole nemici a sinistra, nel mondo antiberlusconiano, nell’area dell’anti-politica. Qui c’è la debolezza della proposta di Renzi che può spingerlo a pensare di fare a meno del partito che finora lo ha trattato come un infiltrato. Una parte del gruppo dirigente potrà cercare di giocare la carta di Fabrizio Barca, come estremo rimedio. Barca è un uomo colto, ha un cognome importante, ma è un’incognita come dirigente. Siamo di fronte a un vero dramma che non prevede l’happy end. Il  Pd, infatti, è sul suo letto di morte e sta sussurrando, come Goethe morente: “Più luce!”, ma nessuno può aiutarlo.

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