Il Pdl si compatta ma non pensa al voto. Per ora

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di Lapo Mazzei

E poi dicono che gli americani non hanno fantasia. Un minuto dopo il verdetto del Tribunale di Milano che ha condannato Silvio Berlusconi il Wall Street Journal, eminente quotidiano a stelle e strisce, ha messo in rete un commento, a corredo della notizia principale, sostenendo questa tesi: “Una sentenza che minaccia di stabilizzare (si noti bene il termine scelto, ndr) il fragile governo di coalizione in Italia”. Un alchimia di parole, degna della miglior scuola democristiana, per dire che la mazzata rifilata dai giudici del capoluogo lombardo al Cavaliere allontana le urne. Forse, o forse no. Perché un fatto è inevitabile: dopo questo processo nulla sarà più come prima. Né a destra né a sinistra. Togliendo per un momento del tavolo il tema delle elezioni, destinate però a rappresentare il convitato di pietra di qualunque ragionamento si voglia intraprendere, è innegabile che l’immediata priorità del Cavaliere è quella di ridisegnare la fisionomia del suo partito. Il Pdl, così com’è, non serve. Troppe correnti, troppi potentati locali capaci di ingessare l’azione dei vertici romani.

Ritorno all’antico

Serve, anzi urge, un ritorno a Forza Italia. Perché Berlusconi, ora più che mai, ha la necessità di poter muovere le proprie truppe come se fosse un esercito di pronto intervento. Una forza rapida d’urto e d’interdizione. L’Iva verrà aumentata? Bene, avanti con le azioni di disturbo. L’Imu non sparirà dall’orizzonte temporale degli italiani? Imboscate e tranelli contro il governo. Nel frattempo Berlusconi potrà dedicarsi al suo pensiero dominante: trasformarsi in un martire dei nostri tempi. In fondo gli italiani fedeli a San Silvio lo considerano già un perseguitato, resta da convincere gli infedeli. La sentenza del Tribunale di Milano potrebbe rivelarsi il punto di svolta della parola berlusconiana, segnandone la sua definitiva rinascita. E questo non potrà che turbare l’attuale presidente del Consiglio, Enrico Letta, destinato a doversi guardare sia dal Quirinale che da palazzo Grazioli. Il primo, Giorgio Napolitano, traccia il solco, ma è il secondo, Berlusconi, che guida l’aratro. E i semi che Letta si ritroverà fra le mani rischiano di essere pochi e limitati. Ma se piantati bene, però, capaci di germogli rigogliosi. Fuor di metafora la sentenza del Tribunale di Milano rischia di mettere il Paese, e con esso il governo che lo guida, su di un sentiero stretto e tortuoso dove le insidie sono molteplici e non indicate. Tocca all’esecutivo in carica studiare la mappa. Certo, c’è poi da fare anche i conti con quell’Italia reale, che non smette mai di essere partigiana o iscritta a questa o quella curva di ultrà, destinata ad intorbidare ulteriormente le acque.

Tifoserie contrapposte

Le urla, i cartelloni con slogan antiberlusconiani e scontri con i “fedelissimi” dell’ex premier visti fuori dal palazzo di Giustizia di Milano non sono folclore o variazioni sul tema, ma elementi di riflessione. Alla lettura della sentenza i manifestanti, provvisti di cartelloni che inneggiavano alla “giustizia” e alla “legalità”, hanno urlato e creato un piccolo assembramento davanti all’entrata del Tribunale, che ha provocato l’immediato intervento delle forze dell’ordine. Colore forse, ma termometro della febbre che pervade la penisola. Dice il deputato del Pdl Fabrizio Cicchitto: “E’ una sentenza da tribunale speciale. Accentua e fa fare un salto di qualità alla criminalizzazione in atto di Berlusconi ma colpisce anche i 9 milioni di elettori che lo hanno votato. Ed è anche una sentenza che punta a far saltare il quadro politico esistente. E’ evidente che così la pacificazione salta, ma non è nostra responsabilità né dell’attuale governo”. La colpa è dei giudici e qualunque cosa sarà da ascrivere solo e soltanto a loro. Il voto si avvicina? Si allontana? Forse, o forse no. Perché, quale inevitabile legge del contrappasso, anche l’attuale Pd guidato da Guglielmo Epifani non è affatto pronto ad affrontare la prova del voto. Troppi drammi personali, troppi galli pronti a cantare senza avere lo spartito. Lo stesso Matteo Renzi rappresenta un problema, un cubo di Rubrik senza un tassello. Sarà un caso, ma da qualche giorno a questa parte Berlusconi ha impartito un duro ordine di scuderia ai mezzi d’informazione a lui vicini: attaccate a testa bassa il sindaco di Firenze. Il cavaliere è convinto che il prossimo candidato premier del centrosinistra sarà lui. Dunque va colpito. Peccato che ad esaltarlo sia stato proprio Berlusconi con quel famoso pranzo di Arcore. E qui siamo alla nemesi storica. Al voto dunque? Forse, o forse no. Dice Massimo D’Alema: “Le sentenze non si commentano”. E alla sollecitazione di una cronista, che lo esortava a commentare una sentenza rispondendo ‘anche con la pancia’, D’Alema ha ribadito: “Le sentenze non si commentano e io non parlo con la pancia”. Aspettiamo di sentire cosa dirà la testa. Se darà un impulso alla bocca. Di sicuro dobbiamo attaccarci agli americani e tenerci stretta questa sentenza che “minaccia di stabilizzare il fragile governo di coalizione in Italia”. Povero Letta, finito, suo malgrado, nel triangolo magico Cavaliere, Napolitano Usa. Che a volte è solo “getta”.

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