Il primo dolore, passaggio obbligato alla vita. Romanzo della maturità per la Panarello. E non a caso è il primo firmato per esteso

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C’è una ragione se l’ultima opera di Melissa Panarello è del 2014. E c’è una ragione se il nono libro dell’autrice è il primo ad essere firmato per esteso rispetto al celebre pseudonimo di Melissa P. “Il primo dolore” (La Nave di Teseo) è senza ombra di dubbio il romanzo che segna la maturità di donna e di scrittrice della Panarello, un romanzo che inchioda i personaggi, li scolpisce, mostrandoci paure e debolezze in maniera così nitida da far comprendere come quelle paure e quelle debolezze sono in fondo anche le nostre. Al centro del romanzo, due storie, due donne, due gravidanze. Lontane nel tempo e nel modo di intendere la vita. Ma unite da un unico cordone ombelicale, da un fil rouge che trova solo al termine della lettura la sua esplosiva ragion d’essere.

Da una parte c’è Rosa, poco più che ragazzina e impreparata alle sfide del mondo; dall’altra c’è Agata, selvatica e allo stesso tempo fragile, bella ma a tratti anaffettiva. L’angoscia di Rosa è quella di non essere una brava madre. O, meglio, di ritrovarsi ad essere come la sua, di madre. Ma non c’è rancore nel suo viaggio a ritroso, con i ricordi che riaffiorano prepotenti durante il travaglio e in preda alle contrazioni. Anzi: Rosa vorrebbe al suo fianco proprio Agata. E in questo continuo intrecciarsi di due storie che soltanto apparentemente viaggiano parallele, c’è proprio lei, Agata, che cova un segreto, un dolore immenso vissuto in sala parto, chiave per comprendere quel legame mai nato perché alla dolcezza ha preferito l’indifferenza come strumento di protezione, per sé e per la sua Agata.

Quello che regala la Panarello è un romanzo a tratti sconvolgente, a tratti delicato, che analizza in profondo – fino ad essere crudo in alcune pagine – l’amore materno, le sue contraddizioni, la sua forza esplosiva. Dietro la storia di Rosa e Agata, il libro pone interrogativi di peso senza mai cadere nel banale, interrogativi quasi filosofici sul senso della vita, sulla sottile linea che separa un prima e un dopo che tutti dobbiamo vivere ma che nessuno può ricordare. Un mistero fitto e profondo tra il buio e la luce, il cui unico ricordo è il dolore dilaniante del parto. Un dolore che, però, è inizio e compimento di vita.

Ecco: la Panarello con questo romanzo racconta ciò che non può essere raccontato, analizza l’imperscrutabile, rende chiaro ciò che per sua natura non può esserlo. Ed è solo dopo aver letto il libro, in profondità, averlo vissuto dopo essersi immedesimato negli alti e bassi di questo sconvolgente romanzo, che si ha chiara la percezione che Melissa P. non è morta, è maturata. E all’eros fisico, a tratti brutale, vissuto da una 16enne, lascia il posto il viaggio maturo di una donna che interroga e si interroga sull’amore più esplosivo che esista. Quello di una madre. Quello della vita.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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