Il primo taglio è Cottarelli

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Di Lapo Mazzei

A volte nella politica, come nella vita, accadono cose strane. Di quelli che non ti spieghi, registri e basta. “Il lavoro di Cottarelli è un lavoro serio, che sarà utilizzato come base per costruire l’operazione di spending review, il resto lo valuteremo”. Ad affermarlo, non senza una certa enfasi è il sottosegretario all’Economia, Giovanni Legnini, che ha parlato del’’impegno del commissario, prossimo ad abbandonare il suo incarico, ai microfoni di Sky Tg24. Legnini ha definito “prematuro” pensare già ora alla possibile sostituzione di Cottarelli con un politico. Ecco, ma se il lavoro dell’uomo dalle mani di forbice è stato così prezioso, cosi importante per il governo, come mai il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, lo ha letteralmente messo fuori dalla porta di Palazzo Chigi? E qui, in parte ovviamente, entra in scena la psicologia.

I precedenti
Il premier non ha mai sopportato, ora più che mai, chi è in grado di fargli ombra, di metterlo in difficoltà. Figuriamoci un tecnico che dice al politico cosa deve fare. Perché Renzi vuol fare solo e soltanto a modo suo. Questo è il punto, il parametro dal quale non si può prescindere se si vuol ragione tanto su Cottarelli quanto sull’inquilino di Palazzo Chigi. Perché non è sempre vero che gli opposti di attraggono. Qui, nel caso specifico, il rigore di Cottarelli è entrato subito in rotta di collisione con la fantasia di Renzi. Impossibile trovare un punto di contatto. Per questo insieme di ragioni, per questo combinato di fattori, il commissario alla Spending Review tornerà al Fondo monetario internazionale per ricoprire un incarico di nomina governativa, su indicazione di Renzi. Come nel gioco dell’oca, dove si torna puntualmente al punto di partenza, il commissario, che aveva lasciato Washington lo scorso ottobre in seguito alla “chiamata” del premier Letta, tornerebbe al Fmi dopo le tensioni con il premier e su indicazione dello stesso inquilino di Palazzo Chigi. Cottarelli non potrebbe, infatti, ricoprire l’incarico che aveva in precedenza al Fondo, direttore del dipartimento Affari Fiscali. Da qui, il probabile ritorno all’organizzazione per occupare uno dei ruoli per cui è prevista l’indicazione dei governi.

L’epilogo
Nel dettaglio dovrebbe trattarsi della poltrona di direttore esecutivo per l’Italia e altri paesi dell’Europa meridionale, al posto di Andrea Montanino. Se così fosse, all’attuale commissario per la spending review, che lascerà Roma dopo la presentazione della legge di Stabilità ad ottobre, spetterà tra l’altro redigere “le pagelle” sul Belpaese e lavorare a stretto contatto con il Tesoro, ministero che conosce bene e dove ha già trascorso quasi un anno. Comunque finisca la partita è del tutto evidente che per il governo di tratta di una battuta d’arresto, di una pessima pagina scritta con l’inchiostro della bile. Tagliare e razionalizzare non sono degli optional, ma delle priorità. E l’esecutivo, con questo siluramento, ha dimostrato di voler agire in base ad uno schema opportunistico e non funzionale ai bisogni del Paese. Di Cottarelli, forse, sentiremo ancora parlare.

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