Il programma prima del premier. Aria di trappolone per Conte. I leader decidono cosa fare, ma poi non si sa chi fa cosa. Tutta colpa delle bislacche richieste di Italia Viva

GIUSEPPE CONTE
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Matteo Renzi, si vocifera in Parlamento, “ha dimostrato ancora una volta di essere un giocatore di poker. Ogni mossa che sta facendo va all-in”. La metafora rende in maniera plastica ciò che sta succedendo in queste settimane. Prima siamo sprofondati in una crisi che ad oggi ancora non ha una ragione chiara a tutti. Poi si è arrivati a mettere in discussione il governo e la persona di Giuseppe Conte. Infine si sta cercando di salvare il salvabile, accontentando i desiderata del leader di Italia viva: prima il programma e poi pensiamo alle persone.

Partendo da qui, come sappiamo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deciso di affidare un mandato esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico. Che sia un mandato esplorativo piuttosto singolare, però, è evidente a tutti. Come hanno sottolineato diversi costituzionalisti, questa volta – e costituisce un unicum – non si sta “esplorando” la tenuta di una presunta maggioranza, ma si sta sottoscrivendo un vero e proprio programma di legislatura.

QUALCOSA NON TORNA. E qui la domanda sorge spontanea: chi lo sta facendo? I rappresentanti dei partiti di maggioranza, ovviamente. E l’esploratore Roberto Fico. La persona che manca è proprio colui che dovrebbe poi concretamente portare avanti le varie misure. Ovvero Giuseppe Conte o, nel caso in cui non si dovesse riuscire a costituire un Conte-ter (ipotesi ad oggi poco probabile), chi per lui, Mario Draghi o Marta Cartabia che sia.

Immaginiamo per un attimo che Conte dovesse leggere il programma, accorgersi che vari punti – magari quelli che sono esiziali per Italia viva – non sono per lui congeniali e, dunque, immaginiamo se a quel punto Conte dovesse dire, per richiamare un vecchio detto ‘istituzionali’, “io non ci sto”, che cosa succederebbe? Avremmo soltanto perso tempo inutilmente senza essere giunti a nulla, soltanto per l’esigenza di “accontentare i capricci di una sola persona”, come va ripetendo più di un parlamentare ormai da giorni.

LA TROVATA M5S. Questo spiega perché il Movimento cinque stelle abbia ieri sera fatto muro a Italia viva e chiesto che ci sia prima accordo sul nome di Conte e soltanto poi si firmerà il documento programmatico. Resta, tuttavia, anche in questo caso il dubbio che si tratti solo di specchietto per le allodole. Il programma, bozza o versione ufficiale che sia, c’è già e dunque, ancora una volta, non si capisce perché non sia stato stilato magari sentendo il parere anche di quello che è si presume sarà il presidente del Consiglio.

A dirlo chiaramente in questi giorni sono stati vari parlamentari. Soprattutto di Leu. “Da 70 anni il programma si discute col premier incaricato. Non è che i temi possono essere separati dai nomi”, ha detto qualche giorno fa Loredana De Petris, senatrice di lunga esperienza ascoltata dal Fatto. “Non esiste accordo senza garante – ha continuato la parlamentare – non esiste programma senza la persona che dovrà portarlo avanti. Senza premier con chi discuti di programma?”. Domande retoriche che, tuttavia, oggi simboleggiano una torsione costituzionale che non ha precedenti nella storia repubblicana d’Italia.

PARADOSSO DEI PARADOSSI. Eppure Renzi pare non disposto a fare passi indietro. Il leader di Italia viva, dopo aver voluto la crisi di governo, ora dice “finalmente si discute di contenuti”. Così nella sua canonica e-news. Resta tuttavia, come detto, il discorso del documento programmatico prima o dopo i nomi. Un tema che rischia di diventare una trappola secondo alcuni. Sempre ieri Ettore Rosato ha precisato che la richiesta di chiudere il documento prima di parlare dei nomi sarebbe “molto rispettoso delle regole parlamentari”.

Secondo Pd, Movimento cinque stelle e Leu, invece, quest’ennesimo rilancio e all-in da parte di Renzi nasconderebbe il desiderio di ottenere non solo punti importanti in campo programmatico, ma di giocarsi il tutto per tutto con un accordo già siglato sul nome del presidente del Consiglio. Come detto, una partita a poker. Nella quale, però, gli unici a non essere rappresentati – se le cose andassero avanti in questo modo – sono gli interessi dei cittadini. Che si vedrebbero governati da un esecutivo e da un presidente del Consiglio che, suo malgrado, non ha messo minimamente le mani sul programma.