Il Punto di Mauro Masi. Dilagano gli attacchi hacker. Si rischia una guerra informatica dalle conseguenze non prevedibili. Anche nei rapporti tra gli Stati

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C’è chi dice che l’FBI è riuscita ad “aprire” lo smartphone del terrorista della strage di San Bernardino contro la volontà di Apple grazie ad una azienda che utilizza alcuni dei più abili (e temuti) hacker al mondo.

Ma che cos’è un “hacker”? Il termine è un inglesismo ormai inevitabilmente connesso a crimini informatici. Indica qualcuno che riesce ad inserirsi in un sistema o in una rete senza (o addirittura, contro) la volontà dei legittimi gestori. La storia degli hackers è relativamente lunga e non sempre completamente negativa: alcuni hackers hanno (spesso involontariamente) contribuito a rendere più sofisticati ed efficaci i sistemi di sicurezza di Rete così come importante è stato ed è il loro rapporto con il movimento “open source” (che molto deve all’americano Eric Raimond, uno degli hacker più noti al mondo).

Ha poi raccolto particolare attenzione sui media il gruppo cosiddetto Anonymous che ha rivendicato nel tempo una serie di spettacolari azioni di disturbo sulla Rete anche a siti italiani (nonché la chiusura per molte ore del sito web ufficiale del Vaticano).

Ma l’attività degli hackers può andare molto al di là di queste azioni più di immagine che di sostanza ed entrare in territori di ben altra rilevanza e pericolosità. Secondo infatti uno studio di Security Defense Agenda – SDA (il principale think-tank specializzato nel settore con base a Bruxelles e da poco associato al centro no-profit Friends of Europe) il 57% degli esperti mondiali di sicurezza informatica ritiene che sia in atto una corsa agli “armamenti” informatici in vista di una possibile “cyber-war”, di una guerra informatica. Una guerra i cui prodomi potrebbero già esistere; secondo media USA di solito molto ben informati, la NATO avrebbe segnalato in un proprio report che il numero di attacchi ai siti del Congresso e delle Agenzie governative USA in patria e nel mondo, è cresciuto in maniera esponenziale, si parla addirittura di 1,6 milioni di attacchi al mese.

Molti attacchi verrebbero, secondo queste fonti, dalla Cina e avrebbero un livello di sofisticazione sempre crescente.

Gli Stati Uniti peraltro non stanno con le mani in mano ed hanno messo in campo l’Office of Cyber Security che risponde al Cyber Security Coordinator posizione cui si sono alternati Howard Schmidt e Michael Daniel entrambi stretti  collaboratori del Presidente Obama. Il tema, naturalmente, riguarda soprattutto la sicurezza tra Stati ma è crescente anche la guerra cibernetica tra privati, capitolo molto rilevante della guerra economica tra le grandi corporations mondiali che, tra l’altro, da tempo investono miliardi di dollari all’anno per difendersi da attacchi informatici (anche assumendo hackers).

C’è da chiedersi quanto i riflessi di questa guerra, silente ma non per questo meno cruenta, influenzino l’atteggiamento di alcune grandi “lobby” economiche mondiali (quella delle industrie dell’high-tech, quella delle telecom) nei confronti della Rete e di una sua eventuale regolamentazione a livello internazionale.