Il Punto di Mauro Masi. Il grande impegno di Facebook per la tutela del diritto d’autore musicale

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L’estate che sta finendo ci lascia alcune nuove piuttosto interessanti nel mondo dell’ICT e della tutela del diritto d’autore/copyright. La più importante è anche la più recente; secondo alcune agenzie specializzate, Mark Zuckerberg (CEO, proprietario e guru di Facebook) avrebbe riservatamente incontrato i capi delle principali case discografiche per proporre un accordo che, dietro pagamento da parte di Facebook  di centinaia di milioni di dollari,  permetta  agli iscritti al social di postare video musicali autorizzati dagli aventi diritto. Facebook inoltre intenderebbe introdurre un software (denominato Copyright Identification System) che contrassegnerà con un flag la musica che viola il diritto d’autore. Tutto ciò servirebbe a rafforzare il lancio internazionale della piattaforma di condivisione video Facebook Watch (attualmente disponibile solo negli Stati Uniti) che consente appunto la condivisione e la visualizzazione di video tra gli aderenti a Facebook.

Il progetto, peraltro, secondo lo stesso Zuckerberg  impiegherebbe almeno due anni prima di essere completamente  realizzato. Certo è che se tutto ciò si rivelasse  vero, data la enorme e crescente diffusione di Facebook, avrebbe un impatto enorme (finalmente positivo) nel mondo della tutela del diritto d’autore tanto da dover imporre anche un ripensamento del ruolo delle società di collecting (tipo SIAE, per intenderci) sia a livello  nazionale, sia a livello  internazionale.Un’altra notizia è molto meno rilevante ma non meno significativa dell’attuale realtà della “gerarchia” dei media. Il Tribunale di Nanterre ha condannato il settimanale francese “Closer”, che nel settembre 2012 aveva pubblicato la foto a seno nudo della duchessa di Cambridge Kate Middleton , al pagamento di 100.000 euro più 45.000 euro a testa  sia per il Direttore del settimanale che per il  Caporedattore. La condanna è molto inferiore alla richiesta dei reali inglesi che era di circa 1,5 milioni di euro. Closer (come noto, edito dalla Mondadori) era stato  già  condannato nel 2012 in via d’urgenza dallo stesso tribunale alla restituzione delle foto e al divieto di ulteriore pubblicazione delle stesse ma non al sequestro della testata come richiesto dalla parte offesa. C’è da dire che queste condanne sono state rese possibili dal fatto che la legge francese prevede norme specifiche ed esplicite contro le pubblicazioni di foto senza il permesso dell’interessato. Riguardano i  media tradizionali: giornali e TV. Se le foto fossero state pubblicate solo su Internet, molto probabilmente non si sarebbe potuto far nulla e non solo in Francia, dappertutto. Un’assurdità. Non si vede perché se un atto viola disposizioni di legge (ed è per tanto passibile di sanzioni) se attuato attraverso un media, ne è esente invece se lo stesso atto è attuato con un altro media. Il risultato di questa assurdità è sotto gli occhi di tutti: nonostante le varie condanne a Closer, le foto incriminate della Duchessa girano liberamente sulla Rete e in migliaia di siti.

 

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