Il punto di Mauro Masi. Internet, tra straordinarie potenzialità e crescenti rischi per la sicurezza

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di Mauro Masi

L’anno appena trascorso ha visto moltissimi eventi ( a volte anche contradditori ) nel mondo dell’ high – tech e della Rete e non è facile indicare tendenze di fondo che si potranno sviluppare nel 2016 e negli anni successivi.

Questa Rubrica ne segnala due. La prima è il definitivo avvento di “Internet of things” (la rete delle cose, secondo la ormai notissima definizione di Kevin Ashton) che sta abilitando miliardi di oggetti fisici ad interagire attraverso canali digitali creando nuove sottoreti e quindi nuovi mercati. Le potenzialità di questa “ rete delle cose” sono straordinarie, secondo International Data Corporation entro il 2020 gli oggetti connessi saranno 26 miliardi con un valore del mercato di riferimento di oltre 7.100 miliardi di dollari.

Si sono più volte evidenziate, anche su questa Rubrica, le molteplici conseguenze che l’esplosione di Internet of things può comportare. Fra queste un crescente rischio per la sicurezza, tant’è che è imperativo che insieme alla crescita dell’”Internet delle cose” cresca in parallelo l’impegno delle istituzioni, a tutti i livelli, per alzare le protezioni tecniche e legali contro gli hacker e il cybercrime.

Questo ci porta direttamente al secondo trend che vogliamo sottolineare: finalmente anche la grande comunicazione di massa si è accorta di quanto sia pericoloso l’anonimato sulla Rete.

Di quanto l’anonimato e le tecniche di criptazione dei messaggi favoriscano la crescita del “dark side” della Rete. Anche il giornale che da sempre rappresenta il tempio del liberismo senza se e senza ma, il Wall Street Journal (e che si era schierato contro la richiesta dell’FBI di creare da parte dei gestori dei sistemi “backdoors” – porte di accesso – alle comunicazioni coperte), ha ospitato nel suo prestigioso numero di Natale una pagina intera che riprendeva anche le posizioni più dure contro la libertà di anonimato sul Web.

Da noi, più modestamente, giornali che hanno sempre sostenuto la “bellezza e la democraticità” del free Internet assoluto, fanno inchieste a puntate su tutte le nefandezze che si possono trovare nel “lato oscuro” della Rete. Meglio tardi che mai.

Giovedì 24 dicembre scorso la società londinese che gestisce la commercializzazione di quasi tutte le canzoni dei Beatles (la Apple Corps Ltd) ha fatto un enorme regalo di Natale ai milioni di fans dei Quattro di Liverpool rendendo per la prima volta ottenibile in streaming tutto il catalogo del gruppo. (Il servizio streaming è quello dell’ascolto della musica esclusivamente in tempo reale invece di scaricare – download – un file nel computer e sentirlo quando si vuole). Sarà possibile trovare lo streaming della musica dei Beatles tra l’altro su Spotify, Apple Music, Jay Z’s, Tidal, Deezer, Google Play e Amazon Prime.

L’iniziativa ha avuto ad oggi un successo clamoroso, i dati non sono ancora disponibili ma secondo gli addetti ai lavori darà una spinta notevolissima allo sviluppo del business dello streaming musicale sinora molto al di sotto di quello del download e della stessa vendita dei CD.