Il Punto di Mauro Masi. L’evoluzione del sistema fake-news. Così si rischia non solo la distorsione di alcune notizie ma della realtà stessa

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Aviv Ovadya è uno dei principali esperti mondiali di comunicazione sul Web; ingegnere informatico del Mit e Chief Technologist al Center for Social Media Responsability  presso l’Università del Michingan. Di recente si è molto parlato di lui perché fu il primo a segnalare, peraltro inascoltato, il rischio dell’esplosione del fenomeno “fake-news” prima delle elezioni USA del 2016. Ora è un’altra volta  nelle headlines perché lancia un nuovo allarme: l’evoluzione del sistema “fake-news” ci sta portando verso un rischio ben peggiore: una vera e propria distorsione non solo di alcune notizie ma della stessa realtà, o meglio, di quello che la Rete ci fa apparire come realtà. E ciò principalmente  perché la tecnologia applicabile sul Web è già ora in grado di creare falsi che sembrano assolutamente verosimili se non addirittura veri.

Gli esempi non mancano: nel lato oscuro della Rete ci sono soggetti in grado di utilizzare algoritmi di apprendimento automatico e software open source per creare facilmente video pornografici che sovrappongono realisticamente volti di celebrità – o di chiunque altro – sui corpi degli attori professionisti. Addirittura in istituzioni serissime come le prestigiose università di Stanford e di Washington sono stati creati programmi che combinano e mixano filmati video registrati con il rilevamento  del volto in tempo reale per manipolare il video, così come programmi che sono in grado di trasformare clip audio in un video realisticamente sincronizzato con la bocca della persona che pronuncia quelle parole facendogli dire qualunque cosa. Si immagini cosa possa significare una manipolazione del genere anche solo in campo politico. Il rischio vero che ci si prospetta quindi è quello di essere bombardati da un fiume costante di disinformazione dove sarà sempre più difficile distinguere ciò che è reale e vero da quello che non lo è.

Da qui due conseguenze entrambe allarmanti: la prima,  il pubblico, o almeno una parte rilevante di esso, crede alle fake news e agisce in conseguenza; la seconda è quella che ancora Ovadya chiama l’ “apatia della realtà” : sommersa dalla disinformazione la gente semplicemente inizia a mollare,  le persone smettono di prestare attenzione alle notizie e il livello fondamentale di conoscenza richiesto dalle nostre democrazie per funzionare diviene vago ed instabile.  Che fare? Non esistono risposte facili a problemi difficili. Intanto bisogna ora e subito sviluppare difese di natura tecnologica come, ad esempio, la verifica crittografica di immagini e audio ma questo non potrà essere sufficiente finché  non si arriverà, prima o poi, ad una responsabilizzazione dei grandi gestori delle piattaforme che su un malinteso principio di neutralità rispetto a quello che fanno passare sui propri sistemi hanno costruito successi e ricchezze inimmaginabili. Dopo le prime accuse sull’inquinamento preelettorale del 2016 Zuckerberg rispose stizzito sostenendo che solo dei pazzi potevano  parlare di fake news alimentate da Facebook: ha dovuto chiedere precipitosamente scusa e si sta ancora scusando.