Il rancore gioca brutti scherzi. La querela di De Benedetti a Tronchetti allunga la lista dei flop dell’Ingegnere. Un perdente di successo

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Chi lo frequenta ancora lo descrive sempre più rancoroso, cinico e sprezzante di tutto. Gli anni passano anche per Carlo De Benedetti e i suoi ultimi due grandissimi exploit sono in fondo la firma di quasi tutta la sua storia imprenditoriale di perdente di successo. Il primo è il lodo Mondadori, dove a distanza di moltissimi anni dall’accordo per dividere la casa di Segrate è riuscito a farsi dare quasi mezzo miliardo di euro da Berlusconi. Prima di quel processo nessuno avrebbe detto che la spartizione non andasse bene all’Ingegnere, evidentemente all’epoca fotografato a sua insaputa mentre festeggiava sorridente con lo stesso Cavaliere e il mediatore Ciarrapico.

QUEL NO A STEVE JOBS
Il successo più grande di tutti è però l’affare Sorgenia. Non solo per essere riuscito a far trasformare in azioni i due miliardi di debiti del gruppo energetico, poi lasciati in pancia alle malmesse banche creditrici – ma soprattutto per essere riuscito a tenere bassa una vicenda che griderà per sempre vendetta nella storia del capitalismo italiano. Se un povero cristo deve un solo euro in banca, mica glielo abbuonano così come è stato fatto generosamente per Sorgenia, facendone uscire l’azionista fresco come un giglio. Nella storia imprenditoriale di De Bendetti non è però una novità che gli insuccessi si siano trasformati in vittorie. Sotto il suo controllo l’Olivetti – oggi al centro di un processo per l’inquinamento da aminato – macinò a lungo gigantesche perdite. Poi l’intuizione della telefonia, con Pronto Italia Omnitel, che finirà poi a Vodafone. Neppure l’alleanza con l’americana AT&T aveva funzionato. E anni dopo sarà lo stesso ingegnere a rivelare di aver avuta offerta una quota della Apple direttamente da Steve Jobs. E poi la scalata fallita al primo gruppo finanziario belga fino all’ultimo grande guaio, quell’investimento nel settore elettrico subito dopo la prima genco Enel, con Sorgenia. Gruppo finito in grave difficoltà. De Benedetti però ne è uscito benone, grazie alla disponibilità delle banche a trasformare il debito in azioni e tenersi tutto. Il debitore così ne usciva pulito. In attesa di un’altra avventura.

De Benedetti querela e perde in giudizio.  Dirne i flop non è reato

di Sergio Patti

Non c’era solo la battaglia tra due giganti di quei poteri forti che hanno fatto il bello e il cattivo tempo dell’economia nazionale. Nel processo per diffamazione che vedeva da una parte Carlo De Benedetti e dall’altra Marco Tronchetti Provera c’era molto di più: il riconoscimento che in questo Paese sopravvive il diritto a manifestare il proprio pensiero, garantito dalla Costituzione. Un diritto che il democraticissimo Ingegnere aveva messo in discussione affermando di sentirsi diffamato (e per questo chiedendo mezzo milione di danni), dopo aver letto le affermazioni rilasciate da Tronchetti all’Ansa il 29 ottobre 2013. Il numero uno della Pirelli aveva definito il fondatore del gruppo L’Espresso “molto discusso per certi bilanci Olivetti, per lo scandalo legato alla vicenda di apparecchiature alle Poste Italiane, che fu allontanato dalla Fiat, coinvolto nella bancarotta del Banco Ambrosiano e che finì dentro per le vicende di Tangentopoli”. Tutte storie delle quali si sono occupati per anni giornali, libri e televisioni.

STORIA
Innegabile l’arresto per Tangentopoli chiesto dall’allora Gip della Procura di Roma Augusta Iannini, innegabile la discussione sui bilanci Olivetti (può essere un reato discuterne?) e innegabile la presenza dell’Ingegnere nelle fasi più delicate del Banco Ambrosiano, quando molti azionisti non furono abili e veloci come lui a tutelare i propri investimenti. Unica questione discutibile era se De Benedetti sia andato via per sua scelta dalla Fiat o sia stato allontanato. Su questa vicenda sono stati scritti migliaia di articoli, che arrivano tutti più o meno alla stessa conclusione: De Benedetti fu allontanato. Realtà che solo ora scopriamo non sarebbe vera – così per lo meno sostengono il pm e i due testi chiamati in aula, Gabetti e Romiti – secondo i quali “la decisione di andarsene partì da lui”.

RISARCITOPOLI
Ora al di là di come uscì dalla Fiat De Benedetti dopo solo cento giorni (perché è un fatto storico che ne uscì) dove starebbe una diffamazione tale da far chiedere mezzo milione di euro di risarcimento? E daccordo che De Benedetti con i risarcimenti ha vissuto momenti di gloria – basti pensare al circa mezzo miliardo ottenuto da Berlusconi per il lodo Mondadori – ma arrivare a querelare chi racconta fatti storici non può essere un modo di agire che arriva sino al processo in tribunale. Soprattutto se chi querela è l’editore di un grande gruppo giornalistico, che come tutti i periodici sta perennemente sotto lo scacco di migliaia di querele, molto spesso immotivate e temerarie. Fatta la querela e trovato un giudice che ha deciso di non archiviare, ieri è arrivata la sentenza: Trochetti assolto con formula piena e salvo il diritto di espressione e di critica. Anche se il criticato è un potente come De Benedetti, a capo di un gruppo editoriale sempre pronto a bacchettare ma dove nessuno ha mostrato disagio per questo tentativo – a questo punto è plausibile dire temerario – di far dimenticare certe realtà. Fatti storici, evidentemente di cui andare poco fieri.

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