Il ritorno del Lider Massimo. Rottamare Renzi è possibile. D’Alema ha dato il segnale a tutta la minoranza del Pd. Se i ballottaggi andranno male al via la resa dei conti

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Una certezza c’è: potete continuare a chiamarlo presidente. Massimo D’Alema è stato confermato alla presidenza della Feps. La decisione è stata ratificata all’unanimità nel corso della riunione dell’Assemblea generale della Foundation for European Progressive Studies, in corso a Bruxelles. Modesto dettaglio, direte voi. Ma di questi tempi i dettagli sembrano essere diventati gli elementi necessari per fare la sostanza. E siccome la sostanza in ballo è pesante, i ballottaggi di domenica e il tagliando al governo guidato da Matteo Renzi, sono proprio i particolari a diventare importanti. Insomma, D’Alema, lider Maximo mai rottamato dal rottamatore, è tornato in campo con una voglia matta, quella di consumare la sua vendetta contro l’inquilino di Palazzo Chigi. Ora, adesso. E così nel repertorio dalemiano la storia raccontata come retroscena da La Repubblica, smentita dall’esponente dem, confermata dal giornale e parzialmente rivendicata dall’ex presidente del Consiglio è il segnale più evidente del dissotterramento dell’ascia di guerra.

RESA DEI CONTI – Il calumet della pace è stato solo un’illusione. In fondo basta mettere bene a fuoco il contesto entro al quale si va dipanando questo matassa per capire come la guerra Renzi-D’Alema è stata ufficialmente dichiarata. In attesa del ballottaggio di domenica, anche nel Pd si respira aria da “drole de guerre”, una fase di apparente stasi, di tregua armata, in attesa dello scontro. Tra il “No Imu day” e le polemiche sul caso D’Alema maggioranza e sinistra Dem vivono da separati in casa, rimandando la resa dei conti. Che comunque dipenderà anche dal voto. Ai banchetti organizzati per la “festa” della fine dell’Imu hanno preso parte gli esponenti della segreteria e lo stato maggiore renziano (tra gli altri, i vicesegretari Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani a Milano e Trieste, il responsabile economia Filippo Taddei a Bologna, il presidente Matteo Orfini a Roma, il tesoriere Francesco Bonifazi a Firenze, i capigruppo a Senato e Camera Luigi Zanda ed Ettore Rosato, rispettivamente a Roma e a Trieste), ma non si sono fatti vedere i capi della minoranza. Stanno alla finestra. Nel caso in cui le urne dovessero penalizzare il Pd a Milano, Torino e Roma, Renzi avrebbe l’occasione perfetta per “tagliare la testa”, in senso metaforico sia chiaro, ai vertici del partito. Esattamente quelli scesi in piazza per la fine dell’Imu.

IN TRASFERTA – Lo stesso Renzi, partito per il Forum economico di San Pietroburgo, è intervenuto sulla mobilitazione “Giù le tasse” solo tramite un post Facebook, in cui ha ribadito che “per la prima volta le tasse vanno giù. Le chiacchiere stanno a zero, qui non si parla di promesse ma di risultati verificabili”. Su D’Alema, invece, il Pd ha volutamente tenuto spenti i riflettori delle dichiarazioni ufficiali. L’ex premier, dal canto suo, ha ribadito che le indiscrezioni de La Repubblica sono “una montatura contro di me, stanno cercando un capro espiatorio perché pensano che i risultati di domenica non saranno soddisfacenti come vorrebbero”. Parole dure, ma difficili da commentare. Solo Orfini si limita a ribadire: “Ha smentito, il caso è chiuso”. Il dalemino che difende D’Alema. Una battuta,. Come quella fatta dal Lider Maximo ai partecipanti al convegno. Magari più che una montatura contro di lui si è trattato di una pugnalata alle spalle. Ma siccome D’Alema sa usare bene le armi della politica un caso è diventata un’occasione. E domenica avremo la prova del nove.

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