Il senatore M5S Dessì critico sul Governo Draghi. Deciderà come votare solo dopo aver ascoltato in Aula il programma. “La fiducia? Presto per dirlo”

Emanuele Dessì
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Finirà 60 a 40: era questo, a due giorni dal voto sulla piattaforma Rousseau – con cui gli iscritti, la cosiddetta “base” del M5S è stata chiamata ad esprimersi sull’appoggio al governo guidato da Mario Draghi – il pronostico (poi rivelatosi azzeccato con precisione matematica) vaticinato dal senatore pentastellato Emanuele Dessì.

“Non era difficile – minimizza – sentendo le discussioni fra la base e gli attivisti M5S il No a quella che era la panoramica della nuova coalizione era nettissimo, si è dovuto fare un’opera di convincimento mediatico per indorare la pillola. La capacità di ribaltamento del sentiment popolare è stata data da tutto l’establishment del Movimento coi loro endorsement”.

Il riferimento del senatore è ovviamente al fatto che per convincere gli attivisti ad appoggiare il terzo governo della legislatura sono scese in campo tutte le figure più importanti del partito: lo ha fatto Beppe Grillo, venendo a Roma a trattare personalmente con il presidente incaricato, ma soprattutto tutti i leader politici, da Luigi Di Maio a Roberto Fico, compreso Giuseppe Conte, che ha detto che se fosse stato iscritto a Rousseau avrebbe votato sì.

E Dessì non le manda certo a dire: “La domanda era chiaramente manipolatoria, si sarebbe dovuto porre un quesito più netto, in base al perimetro politico, ai programmi e alla lista dei ministri e sottosegretari presentata da Draghi e soprattutto chi, eventualmente, ne sarebbe entrato a far parte avrebbe dovuto evitare di esprimersi”.

Ma lei la fiducia a Draghi la vota?
“Dopo i nomi della squadra, aspetto di vedere il programma, le parole lasciano il tempo che trovano. Io a votare un governo con determinate persone qualche problema lo ho, e non parlo solo di Forza Italia che al suo interno contiene diverse anime. Ma è chiaro che rispetto all’ipotesi di un Conte ter che avrebbe previsto un allargamento della maggioranza circoscritto solo ad alcune componenti centriste e cattoliche, è un’altra storia”.

E’ andata così… Lei cosa si auspicava?
“Un appoggio esterno. Ovviamente io avrei votato il Ristori 5, il Recovery plan se fatto bene, il piano vaccinale, gli scostamenti, insomma quei provvedimenti utili al Paese, ma con le mani libere di potermi opporre anche duramente a ciò che non avrei condiviso. Detto ciò, si è fatta un’altra scelta e la accetto”.

Ci saranno dei fuoriusciti?
“Dopo un voto che ha plasticamente dimostrato come la base dei militanti sia divisa, la classe dirigente si dovrebbe dimettere. Invece è stato fatto altro, si è chiesto di adeguarsi: una democrazia raccontata ma non praticata. Fatta questa premessa, credo che la maggior parte dei parlamentari si adeguerà ma in molti dovranno fare i conti con la propria coscienza. Il malcontento è diffuso e qualche perdita ci sarà, è fisiologico”.

Molti suoi colleghi hanno criticato il meccanismo di Rousseau…
“Io non lo pago da un anno… figurati. Io sono tra i firmatari della lettera per internalizzare il servizio, detto questo non sono certo critico sul concetto di democrazia diretta ma sulle modalità e sulle procedure. E nel caso specifico, la votazione non ha rispettato i tempi (le 24 ore, ndr) e il quesito non ha rispecchiato il requisito della chiarezza. Ripeto, è stato manipolato ad arte”.

 

 

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Gualtieri assente sulla legalità

Se non ci fosse da piangere sarebbe tutta da ridere l’ultima accusa del candidato dem al Comune di Roma, Roberto Gualtieri, contro la Raggi. Secondo l’ex ministro dell’Economia, la sindaca non è riuscita a sfrattare l’associazione di destra CasaPound dallo stabile che occupa abusivamente nel

Continua »
TV E MEDIA