Il sistema Buzzi alla sbarra. Partito il maxiprocesso al Mondo di mezzo che comandava in Campidoglio. Nella costituzione di parte civile del Comune l’ammissione di una città che è stata umiliata

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di Carola Olmi Il grande giorno del processone è arrivato. Con la prima udienza e la costituzione delle parti civili si apre oggi il processo che stabilirà se Roma è una città dove la mafia è riuscita a mettere radici o se la rete di criminalità, affari e colletti bianchi emersa con l’inchiesta su Buzzi, Carminati & C. può definirsi altra cosa: corruzione e collusione, ma in fin dei conti soltanto una mafietta alla vaccinara. Comunque vada sarà un momento dirimente per la Capitale e non a caso la pressione mediatica sul processo è fortissima. Alcune certezze però ci sono già. NON C’È MARINO – La prima è che i primi quattro imputati giudicati in altro dibattimento con il rito abbreviato sono stati tutti condannati con pene tra i 4 e i 5 anni, in un caso applicando anche l’aggravante del metodo mafioso. La seconda certezza è che tra le parti civili al processo, insieme al Movimento Cinque Stelle a all’associazione dei consumatori Codacons ci sarà anche il Comune di Roma. La decisione, annunciata dall’ex sindaco Ignazio Marino, non era più del tutto scontata visto l’avvicendamento in Campidoglio. Ieri però, come al solito in zona Cesarini, il neocommissario Francesco Paolo Tronca ha firmato l’atto di costituzione di parte civile. Un documento, redatto dagli avvocati Enrico Maggiore e Rodolfo Murra, dai toni giustamente molto duri. “Non eravamo certo abituati – hanno scritto i legali nell’atto – a pensare la nostra città come coinvolta in trame mafiose in metodi mafiosi, inquinata da associazioni mafiose. Questa è invece la contestazione sottesa in tutti i capi di imputazione. L’offesa – si legge ancora – non è solo quella portata all’ordine pubblico, ma alla stessa possibilità per la società di dispiegarsi serenamente (nelle sue diverse forma di espressione) e per il Comune (già centro di imputazione e riferimento di quella società civile) di esprimere la sua forza culturale, di coesione, di legalità (amministrativa, quanto meno): in sintesi, la sua funzione”. “Il risultato – continuano gli avvocati – è dunque il totale scardinamento del sistema, e la creazione di un apparato parallelo e alternativo a quello legittimamente costituito. In questo contesto, il profilo di lesione e di danno subito da Roma Capitale (e dalla Cittadinanza intera) è di tutta evidenza. L’opposizione dell’associazione mafiosa con l’Ente-Comune è totale: l’uno esclude l’altro”. NON C’È LA COPPOLA MA…  –  Il Campidoglio, dunque, si legge nell’atto “è pienamente legittimato a costituirsi parte civile”, rivendicando “un danno funzionale, un danno economico e un danno d’immagine”, perché “i reati contestati agli imputati si pongono in netto ed aperto contrasto con le finalità statutarie di Roma Capitale; ne scardinano le funzioni, ledendo gravemente il buon andamento e gli obiettivi dei processi amministrativi, come sottolineato anche nei capi d’imputazione”. La posizione del Comune si sposa dunque con quella della Procura, che non ha mai avuto dubbi nel ritenere di tipo mafioso la consorteria che manovrava appalti, incarichi politici, pressinoni di tipo criminale. “Mafia Capitale – sostiene il Comune di Roma – è un’organizzazione criminale tanto pericolosa quanto poliedrica che, per dirla con le parole di uno degli imputati, opera in un “mondo di mezzo”. Un’organizzazione – insomma – in tutto simile alle più note consorterie criminali.