La maggioranza parla di “stop” e costruisce campagne sulla paura, poi governa con un’altra lingua: la contabilità. L’ipocrisia del governo Meloni sull’immigrazione sta tutta in questo scarto: promessa di chiusura come identità politica, programmazione di ingressi come manutenzione dello Stato. I dati messi in fila da Lorenzo Ruffino raccontano una scelta già presa e mimetizzata.
Il paese che serve e quello raccontato
Nel 2024 in Italia sono arrivate dall’estero 451 mila persone, massimo degli ultimi sedici anni; il precedente picco indicato nell’analisi è 527 mila nel 2007. Nello stesso anno hanno lasciato il paese 188 mila persone, record dal 2002. Il saldo migratorio netto resta positivo per 262 mila unità mentre il paese registra 370 mila nascite e oltre 600 mila decessi: un buco demografico che qualcuno deve riempire, anche se in pubblico si continua a negarlo.
Ecco il punto che in conferenza stampa viene trattato come dettaglio: il governo ha autorizzato per il triennio 2026-2028 l’ingresso di 500 mila lavoratori stranieri tramite decreti flussi, quota più alta mai fissata. Fino al 2020 le autorizzazioni annue stavano tra 13 mila e 30 mila. La retorica agita l’assedio, l’atto amministrativo apre corsie perché agricoltura, edilizia, logistica e assistenza familiare chiedono manodopera che il paese non è più in grado di produrre da solo.
Il profilo degli arrivi dice la stessa cosa. Nel 2024 sono arrivati 260 mila uomini e 191 mila donne; la fascia 18-39 anni vale 248 mila ingressi. L’immigrazione diventa più maschile perché cresce la domanda di lavoro fisico e di turni massacranti. È una selezione economica, non umanitaria, che però viene raccontata come emergenza di ordine pubblico.
Il doppio binario come metodo
Anche la geografia degli arrivi smentisce la narrazione comoda di un fenomeno “europeo”. Nel 2024, sulle 451 mila persone: 115 mila arrivano dall’Africa, 100 mila dall’Asia, 84 mila dalle Americhe, 149 mila dall’Europa. L’Europa pesa oggi il 33 per cento, nel 2007 era il 76 per cento. Cambia il mondo, cambia l’Italia, però in pubblico si continua a recitare il copione di vent’anni fa, perché funziona meglio alle urne.
Dentro questo quadro la comunicazione diventa tecnica di governo. Si alza il volume contro l’irregolare, si amplia il regolare. Si criminalizza chi arriva via mare e si moltiplicano le quote per chi serve nei campi, nei cantieri, nei magazzini, nelle case degli anziani. Perfino il sistema dei flussi viene celebrato come canale “ordinato” e poi lasciato marcire nel click day. Nel 2024 solo il 7,8 per cento delle quote autorizzate si è trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili, in calo rispetto al 13 per cento dell’anno precedente. Il resto resta sospeso, precario, ricattabile.
L’altra faccia della medaglia
Il governo conosce anche l’altro lato della storia. Gli stranieri occupati sono 2,5 milioni, il 10,5 per cento del totale; producono 177 miliardi di valore aggiunto, circa 9 per cento, e il saldo tra entrate e uscite per lo Stato è positivo per 1,2 miliardi. Però una parte consistente resta schiacciata nella bassa qualifica: solo 9 per cento accede a professioni tecniche o qualificate contro il 39 per cento degli italiani. È un modello che consuma persone e abbassa il lavoro, mentre finge di difenderlo.
Intanto la società cambia davanti ai decreti: i residenti stranieri superano 5,3 milioni, circa 9 per cento della popolazione; aggiungendo i naturalizzati si arriva a 6,7 milioni, 11 per cento. L’integrazione resta il grande rimosso: il 30 per cento delle famiglie straniere in povertà assoluta, il 35 per cento in povertà relativa; tra i giovani stranieri il 29 per cento Neet contro il 18 per cento degli italiani; a scuola oltre uno studente straniero su quattro è in ritardo sul percorso regolare. Numeri che raccontano una scelta incompiuta, lasciata marcire.
La verità politica è questa: l’Italia accoglie per necessità e respinge per consenso. Il governo usa l’immigrazione irregolare come spauracchio, però pianifica quella regolare a livelli record. Poi chiama tutto questo “controllo”, mentre costruisce dipendenza economica e rancore sociale nello stesso gesto.