Imu e sviluppo ecco dove trovare i soldi

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di Stefano Sansonetti

I documenti non mancano, basta solo che il governo guidato da Enrico Letta decida di riprenderli in mano. Studi che si sono accumulati nel corso degli anni e che, incrociati, possono ancora oggi indicare la via per risparmiare fino a 40 miliardi di euro l’anno. Per Commissioni tecniche, economisti e centri di ricerca vari non è così utopistico riuscire a incidere sulla spesa pubblica improduttiva per ricavarne una somma che sarebbe in grado di togliere parecchie castagne dal fuoco. Per carità, trovare le risorse non è facile. Perché in un momento di crisi acuta, come quella che va avanti da anni, scovare gli otto miliardi che in prima battuta servirebbero a cancellare l’Imu sulla prima casa e a restituire quella già pagata è un’operazione complicata. Figurarsi trovare soldi per la cassa integrazione, gli esodati, l’alleggerimento delle tasse sulle imprese e via dicendo. Ma la vera difficoltà sta nell’affrontare politicamente lo spinoso tema dei tagli alla spesa, perché è proprio nel suo flusso continuo che si annidano tutte quelle clientele che vivono di solo spreco. E che hanno un enorme potere d’interdizione sulla politica. La Notizia ha provato a mettere insieme una parte dei documenti e degli studi che si sono affastellati in questi anni per trovare un’argine a quel treno in corsa che è appunto la spesa dello stato.

Il grande calderone
Basta prendere l’evoluzione del bilancio dello stato, proprio quella che ora è sotto gli occhi di Letta e del ministro dell’economia, Fabrizio Saccomanni, per scoprire come dal 2000 al 2012 il totale delle entrate pubbliche è passato da 536 a 764 miliardi di euro, con un aumento di 228 miliardi; nello stesso lasso di tempo le spese sono passate da 536 a 805 miliardi, con un incremento di quasi 270 miliardi. La morale è che negli ultimi 12 anni l’aumento delle tasse non è riuscito a stare dietro all’esplosione della spesa pubblica. E qui c’è già un po’ la soluzione al problema del reperimento delle risorse, basta volerla guardare in faccia. Certo non tutto si può tagliare. Ma all’interno degli 805 miliardi di spesa annua, ci sono almeno 140 miliardi che se ne vanno per beni e servizi, di cui 80 miliardi di spesa regionale per la sanità. E’ qui che, per molti analisti, si deve intervenire.

La spesa per beni e servizi
Mario Baldassarri, economista, è stato viceministro del Tesoro negli anni del centrodestra al governo. Non è che in questa veste sia riuscito a incidere molto sulle scelte dell’epoca, ma non va trascurato che la volontà politica è l’ingrediente fondamentale. Di certo ha lasciato traccia di alcune sue elaborazioni in tutte le stanze del parlamento. In una delle più recenti testimonianze Baldassarri ha fornito un dato per certi versi choc: sul totale di 140 miliardi pagati per comprare beni e servizi, ci sono margini di risparmio per 40 miliardi l’anno. Si tratta di agire su tutto quel complesso di forniture, global service e appalti in cui troppo spesso si annidano ruberie di ogni sorta. Una delle soluzioni su cui si è spinto, ma che potrebbe essere ulteriormente sviluppata, è il maggiore coinvolgimento della Consip, la centrale acquisti del ministero dell’economia che oggi intermedia solo una parte di questo flusso di spesa. Oppure obbligare gli enti locali a non superare le spese sostenute in un determinato anno del passato, al massimo con qualche alleggerimento. I margini di risparmio, qui, sono alcuni studi si attestano sui 15-20 miliardi. Perché in 12 anni non si è riuscito a fare niente? E in ogni caso un capitolo fondamentale su cui intervenire, all’interno di questi 140 miliardi, è costituito dagli 80 miliardi che vengono spesi ogni anno dalle regioni in materia di sanità.

Sanità regionale e costi standard
Dati da far venire i brividi. Li ha diffusi un anno fa l’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali). Ebbene ne viene fuori che in alcune regioni un inserto tibiale, usato per ridare mobilità al ginocchio, viene pagato 199 auro, mentre in altre la bellezza di 2.479: il 1.145% in più! Un inserto in ceramica per le protesi d’anca, che in alcune regioni si paga 284 euro, in altre comporta un esborso di 2.575, ovvero l’806% in più. Per non parlare delle sperequazioni nei costi delle siringhe, delle garze del macchinari per la Tac. Per cancellare questa scandalosa situazione da anni si tenta di introdurre il concetto di costo standard: si fissa un costo virtuoso di un prodotto a cui tutte le regioni si devono adeguare. Il Cerm, anni fa, elaborò uno standard calcolando in 4,3 miliardi di euro il riparmio annuo che si sarebbe ottenuto se le regioni si fossero adeguate. Risparmio che saliva a 12 miliardi se ci si fosse adeguati allo standard di spesa sostenuto all’epoca dalla regione più virtuosa, l’Umbria. A che punto è l’applicazione dei costi standard? E’ una domanda a cui Letta e Saccomanni potrebbero trovare una risposta. Così come si potrebbe trovare una soluzione a una spesa per farmaci che ogni anno, si calcola, si porta dietro sperchi per 4,2 miliardi.

Fondi alle imprese

Per non parlare del fatto che nel bilancio pubblico ci sono anche 40 miliardi di euro di risorse destinate a fondo perduto alle imprese. Secondo alcune stime la loro razionalizzazione potrebbe liberare fino a 10-15 miliardi di euro. C’era anche un piano messo a punto per il governo Monti dall’economista Franceso Giavazzi. Che fine ha fatto?

@SSansonetti

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