In Calabria si tornerà al voto. Primo test modello Pomigliano. A gennaio M5S e Pd corsero divisi perdendo male. Ma adesso l’alleanza è possibile anche alle Regionali

di Raffaella Malito
Politica
Antonino Spirlì

Potrebbe essere la Calabria un primo test per verificare la bontà del “modello Pomigliano”, dal nome del comune di provenienza di Luigi Di Maio in cui il sindaco è stato eletto grazie all’accordo Pd-5Stelle. Con la scomparsa di Jole Santelli si prevedono, infatti, nuove elezioni per la presidenza della Regione Calabria e il rinnovo del Consiglio regionale. Secondo l’articolo 33 dello Statuto della Regione “si procede parimenti a nuove elezioni del Consiglio e del presidente della giunta in caso di rimozione, impedimento permanente, morte, incompatibilità sopravvenuta e dimissioni volontarie del presidente”. E ancora: “Il Consiglio – recita l’articolo 60 del regolamento interno del Consiglio regionale – è convocato dal presidente entro dieci giorni dall’acquisizione della notizia e al termine della votazione, ove il Consiglio abbia assunto la deliberazione suddetta, il presidente congeda definitivamente i consiglieri”.

NUOVO SCENARIO. Quando avranno luogo le elezioni? “Secondo la legge entro 60 giorni”, ha spiegato il presidente del Consiglio regionale, Domenico Tallini. Nell’attesa, le funzioni di presidente verranno svolte dal vicepresidente leghista Nino Spirlì (nella foto). Ma a questo punto si pone una questione politica. Ovvero come le forze che sostengono il governo si presenteranno all’appuntamento elettorale in Calabria. Se, in ultima analisi, prima ancora che nelle comunali del 2021, sarà possibile sperimentare nella regione meridionale il “modello Pomigliano d’Arco” lanciato dall’ex capo politico dei grillini. Vale a dire lo schema di un’alleanza grillini-dem per le città che alla prossima tornata elettorale andranno al voto (da Roma a Torino, da Napoli a Bologna e Milano).

La Calabria potrebbe diventare allora un primo banco di prova per quel modello su cui si dividono i governisti (dimaiani e non) da una parte e i ribelli dibattistiani dall’altra. Prima delle elezioni in Calabria si saranno svolti gli Stati generali dei pentastellati, previsti per novembre e decisivi per scoprire quale tra le due mozioni in campo, se quella del modello Pomigliano o quella avversa a qualsiasi dialogo col Pd, prevarrà. Certo, ora siamo, politicamente, anni luce lontani da quelle elezioni che nel gennaio scorso portarono la Santelli a una schiacciante vittoria sui suoi avversari politici. Che non sarebbe stata così netta se Pd e M5S avessero trovato un accordo (vedi balcone in alto). In corsa per il centrosinistra c’era Filippo Callipo. L’imprenditore del tonno, sostenuto dal Pd e dal centrosinistra, era stato preferito rispetto al governatore uscente dem Mario Oliveiro, investito da una serie di inchieste della magistratura che hanno portato il Nazareno a non ricandidarlo.

I pentastellati per la prima volta presentarono il loro simbolo alle regionali in Calabria. In realtà Di Maio era assolutamente contrario a correre in quella tornata elettorale. A decidere di scendere in campo furono gli attivisti 5stelle, con un voto sulla piattaforma Rousseau con cui bocciarono la proposta dell’allora capo politico di una “pausa elettorale” per il Movimento dopo la sconfitta in Umbria, che doveva tradursi nella scelta di non presentare liste in Emilia-Romagna e Calabria. Non solo. Di Maio, digerito a fatica il voto su Rousseau, decise di chiudere le porte a un’alleanza col Pd: “Gli iscritti hanno detto no a tatticismi e a manovre di palazzo. Ci presenteremo da soli”. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti e il numero uno della Farnesina ora è tra i principali sostenitori di un’alleanza con i dem. “Vinciamo nei territori laddove dialoghiamo con le altre realtà”, è la sua linea di oggi. La Calabria potrebbe essere un laboratorio importante per confermare questa tesi.