Oltre 13 milioni di italiani sono a rischio povertà o esclusione sociale. Quasi uno su cinque. E uno su dieci è a rischio di povertà lavorativa, ovvero fa fatica ad arrivare a fine mese nonostante lavori. Il quadro delineato dall’Istat sulle condizioni di vita in Italia è tutt’altro che incoraggiante, nonostante il lieve miglioramento nel 2025 rispetto all’anno precedente. Il 22,6% della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale, un dato in lieve calo rispetto al 23,1% registrato nel 2024.
In totale parliamo di 13 milioni e 265mila persone che vivono almeno in una di queste tre condizioni: sono a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale o a bassa intensità di lavoro. La quota di chi è a rischio povertà è sostanzialmente stabile al 18,6% mentre aumenta dal 4,6% al 5,2% la quota di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale: parliamo di difficoltà tali da non poter affrontare spese impreviste, il pagamento dell’affitto o potersi permettere un pasto adeguato. E sono più di tre milioni di individui.
Rischio povertà, la situazione in Italia
Va peggio al Sud Italia, dove il rischio di povertà raggiunge il 38,4% (anche se in discesa dal 39,2%). Va meglio al Nord-Est, all’11,3% nonostante un lieve aumento dello 0,1% in un anno. L’incidenza del rischio povertà è minore tra chi vive in una coppia senza figli, mentre è più alta per i nuclei monogenitoriali (31,6%), per le coppie con tre o più figli (30,6%) e per le persone sole (28,6%). Il rischio è più alto nelle famiglie con almeno un cittadino straniero (al 41,5% e in crescita dal 37,5% del 2024).
Il reddito medio annuo delle famiglie nel 2025 è cresciuto a 39.501 euro, il 5,3% in più in termini nominali rispetto all’anno precedente e il 4,1% in più in termini reali. Ma non basta per recuperare il potere d’acquisto perso negli anni, tanto che il reddito in termini reali è ancora inferiore del 4,9% rispetto al 2007. Resta, poi, il problema del lavoro povero con il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni a rischio di povertà lavorativa. Tra le donne il rischio è minore (8,2% contro l’11,7% degli uomini) ma non perché guadagnano di più, considerando che, anzi, hanno più probabilità di svolgere un lavoro a basso reddito. Come spiega l’Istat il rischio è minore solo perché “spesso le donne sono seconde percettrici di reddito da lavoro nel nucleo familiare”. Altro che emancipazione e parità retributiva di genere, insomma.
Questi dati, messi insieme, tratteggiano uno scenario “da terzo mondo” e sono “indegni di un Paese civile”; secondo il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona. “Il lieve calo rispetto al 2024 – sottolinea Dona – non tragga in inganno. Infatti, il flebile progresso si deve al fatto che migliora l’occupazione e questo fa scendere dal 9,2% del 2024 all’8,2% del 2025 la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro. Ma il fatto grave è che peggiora il dato più significativo e drammatico, ossia quello di chi fatica a pagare le bollette, l’affitto, ad avere un pasto adeguato, ad affrontare spese impreviste”.