In Italia piove sempre sul bagnato

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di Carmine Gazzanni

L’elenco è interminabile. A novembre scorso è toccato alla Sardegna: 18 morti (di cui 4 bambini) e quasi tremila sfollati. L’anno prima, a Grosseto, sei persone persero la vita per l’esondazione del fiume Albegna. E poi, guardando a ritroso, Genova, le Marche, il Veneto, Giampilieri e la provincia di Messina. I numeri che si registrano quantificando tutte queste tragedie sono da brividi: 293 morti tra il 2002 e il 2014, 24 solo l’anno scorso. E i rischi rimangono altissimi. Su un totale di 64.800 istituti scolastici, 6.400 sono in un’area di potenziale pericolo. Non va meglio per i luoghi di lavoro: se contiamo, oltre alle industrie anche negozi e uffici, a rischio sono 460mila attività. Sembra la fotografia di una tragedia da terzo mondo. Invece sono dati, emersi da un rapporto presentato da Legambiente e Ance, che riguardano il nostro Paese e il rischio idrogeologico che lo attraversa, soprattutto in questo periodo durante il quale siamo soliti sentir parlare di maltempo, disagi e “bombe d’acqua”. I numeri sono disarmanti. L’82% dei comuni è a rischio idrogeologico: quasi 6 milioni di cittadini vivono in un’area di potenziale pericolo. La domanda, però, nasce spontanea: sono, questi, numeri inevitabili?

242 miliardi di danni
Domanda legittima, non c’è che dire. Soprattutto se si tiene conto anche del monte dei soldi spesi per danni prodotti da alluvioni sin qui: parliamo, dal 1944 ad oggi, di un totale di 61,5 miliardi di euro. Contando anche terremoti e frane si arriva a oltre 242 miliardi di euro. Circa 3 miliardi all’anno. Una cifra spaventosa che, a quanto pare, non ha risolto assolutamente il problema. Secondo Legambiente, infatti, oggi se si volesse risanare tutto il territorio dilaniato da frane e smottamenti, servirebbero circa 40 miliardi. Eppure sarebbe bastato prevenire. Secondo Carlo Malgarotto (presidente Ordine geologi Liguria), infatti, la prevenzione sarebbe convenuta anche da un punto di vista economico, stando in rapporto di uno a dieci con la spesa per la ricostruzione: “Se un’emergenza costa 20 milioni, con 2 milioni si finanzierebbe tutta la prevenzione necessaria”.

Prevenzione: 6 miliardi ignorati
In Italia, però, a quanto pare non si è soliti prevenire. I soldi, infatti, c’erano eccome. Il punto è che nessuno li ha mai utilizzati. La denuncia è arrivata a fine anno direttamente dal ministro per la coesione territoriale Carlo Trigilia: dei 5 miliardi provenienti dal Fondo Coesione e Sviluppo per il settennio 2007-2013 e destinati a mettere in sicurezza il territorio italiano, è stato concretamente impiegato meno di un miliardo. Il motivo? Non sono stati presentati progetti. Come dire: i soldi c’erano ma nessuno, nel giro di ben sette anni, li ha richiesti o ha presentato progetti soddisfacenti. Né è la prima volta: nel periodo precedente (2000-2006) su 4 miliardi disponibili, solo la metà è stato utilizzato. Insomma, la prevenzione era stata finanziata. Ma nessuno (se non pochi) ha pensato di concretizzarla.

Caro emergenze
Per il futuro bisogna attendere. Al momento sappiamo che, tra sussidi comunitari e nazionali, il fondo per la coesione territoriale (nei quali rientra anche la sicurezza del territorio) fino al 2020 godrà di circa cento miliardi. Si spera non rimangano, anche questa volta, inutilizzati. Intanto basta scorrere tutte le ordinanze sin qui adottate dal dipartimento della Protezione Civile per rendersi conto del fatto che il 2014 non sembra essere iniziato nel segno del cambiamento. Stati d’emergenza sono stati proclamati, nel giro di due settimane (la prima ordinanza è del 10 gennaio, l’ultima sino ad ora è del 24), già nelle Marche, Valle d’Aosta, Abruzzo e Basilicata. Per gli interventi si prevede una spesa totale di circa 70 milioni di euro. E non siamo ancora a metà febbraio.