In Italia sono scarsi, all’estero campioni

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di Matteo Pinci per La Repubblica

Il loro curriculum è costato la carriera a qualche allenatore e la faccia a più di un presidente. Mettetevi nei panni dell’imprenditore Brianzolo Fazzolari, che nell’unico anno da presidente del Monza s’è visto passare tra le mani, senza nemmeno accorgersene, uno come Patrice Evra: forse il caso più eclatante di campione scartato nella storia del calcio italiano, non fosse altro per la quantità di occasioni concesse a titolari e tecnici dei club italiani. Oggi la storia si ripete con Rafinha, da comparsa al Genoa a star del Bayern. Ma nella storia recente sono tanti i talenti scambiati dalle nostre parti per semplici bidoni.

RAFINHA E I SUOI FRATELLI – Campione d’Europa con il Bayern, titolarissimo a destra della squadra di Guardiola, candidato serissimo a sfidare Dani Alves per la maglia di titolare della fascia destra del Brasile ai Mondiali: chi l’avrebbe detto che quel terzino visto con il Genoa nella stagione 2010-’11 fosse un campione? Si chiama Rafinha, il club rossoblù lo acquistò nel 2010 dallo Schalke per 4 milioni: erano anni in cui del suo exploit ai mondiali under 20 del 2005 sembravano essersi dimenticati un po’ tutti. A Genova giocava, ma non piaceva tantissimo: a fine stagione adieu, destinazione Bayern, che dopo solo un anno in Italia lo riportava in Germania strappandolo al presidente Preziosi – uno che da lider maximo del Como scartò un ragazzo di 15 di nome Leo Messi – per 5 milioni e mezzo soltanto.

DA VIEIRA A EVRA – Errori e orrori, il calcio – soprattutto quello italiano – negli ultimi anni ne ha raccolti parecchi. In America, il coach della Emsley A. Laney High School aveva escluso dalla squadra di basket il giovanissimo Michael Jordan. Nel football di casa nostra in principio fu Patrick Vieira, baby stellina del Milan ’95-’96, preso per 7 miliardi a 19 anni e rivenduto dopo un solo anno (con la miseria di 2 partite) all’Arsenal: ne sarebbe diventato capitano, simbolo, leader per 9 anni, durante i quali avrebbe vinto anche Mondiali e Europei con la Francia. Un caso di miopia da manuale, forse il più grave errore di Galliani. Ma se errare è umano perseverare è diabolico: gli capitò pochi anni dopo, estate 1999, quando il Monza, sotto la guida ombra proprio dell’ad rossonero, acquistò Evra per 600 milioni di lire: veniva dal Marsala, costretto a cederlo a causa dei debiti della società, un anno nel club brianzolo giocando la miseria di 3 gare da attaccante. A fine stagione il passaggio al Nizza: solo sei anni dopo, il Manchester United ne ha fatto uno dei tasselli indispensabili per assicurarsi Champions League e Mondiale per club.

MIOPIE BRASILIANE: MANCINI, CARLOS E GILBERTO – Strada simile, in tutto e per tutto, a quella attualissima di Rafinha. Un destino simile è capitato a altri esterni brasiliani: a Roma ancora ridono di Bellotto, semisconosciuto allenatore del Vicenza cui la società giallorossa aveva prestato un giovane laterale prelevato dall’Atletico Mineiro. Si chiamava Alessandro Faiolhe Amantino, al mondo del calcio si sarebbe rivelato come Mancini. Ma a Bellotto, allenatore del Venezia, non piacevano i suoi dribbling e quel vezzo di controllare la palla con l’esterno. Quei dribbling cancellarono definitivamente la carriera di Bellotto portando, solo 4 anni più tardi, la Roma di Spalletti ai quarti di finale di Champions League, per poi fruttarle 13 milioni nel trasferimento all’Inter. Proprio i nerazzurri sono passati alla storia per aver sacrificato il giovane Roberto Carlos sull’altare di Roy Hodgson. Ma un destino analogo nel club di Moratti è capitato anche al meno noto Gilberto, un anno a Milano poi via in Germania, prima che l’esterno vincesse Confederations Cup 2005 e Copa America 2007 con il Brasile. Ma a Milano c’è chi rimpiange ancora Bergkamp: due stagioni all’Inter prima di essere spedito co tati saluti all’Arsenal. In cambio a Londra ha portato 3 Premier League e qualche coppa. Accanto a Viera, ridendo della miopia del Bel Paese.

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