Infanticidio, parla il criminologo Bruno: troppi silenzi uccidono. La famiglia è lo scudo che manca: il legame relazionale con i figli è davvero minimo

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L’ennesima tragedia. L’ennesimo bambino ucciso. L’ennesimo mistero. Tante domande e, per ora, troppe poche risposte. Quanto capitato nel ragusano al povero Loris Stival lascia sgomenti. Così come lasciano sgomenti i tanti casi di infanticidio di cui sentiamo parlare sempre più spesso. Lo dicono i dati, d’altronde: il fenomeno è in spaventosa espansione. Tanto basta per capire che siamo tutti chiamati in causa. Perché tutti siamo educatori, oltreché educati. Questa è la tesi di fondo del criminologo Francesco Bruno con cui LaNotizia ha analizzato non solo la tragica morte di Loris. Ma anche il fenomeno in sé, le cause e le dinamiche.

L’ANALISI
“È molto probabile che il padre sappia realmente chi sia, o perlomeno abbia un’idea”. È chiaro a riguardo Bruno. “Questo ragazzino qualcosa doveva dire a casa, perché certamente non era la prima volta che incontrava questa persona. Senza dubbio era una persona nota alla famiglia. Non a caso – continua il criminologo – gli inquirenti si stanno soffermando sulla macchina: se il bambino è salito sull’auto, il cerchio può cominciare a restringersi dato che c’è motivo di credere che il colpevole fosse una persona quasi di famiglia”. Perché il punto, secondo Bruno, è che non può essere esclusa la strada della violenza. Anche qualora non si sia concretamente concretizzata. “A quest’età violenza e sesso assumono le stesse dinamiche. Senza dimenticare che non si porta un bambino in un posto isolato solo per strangolarlo. È molto più plausibile che il bambino, in qualche modo, non abbia ‘accettato’ e allora ecco lo strangolamento”.

LE NOSTRE RESPONSABILITÀ
Ma Loris, purtroppo, è solo l’ultima di una serie impressionante di bambini uccisi. Il fenomeno è drammatico. E capirne i motivi è complesso. “Una volta – commenta ancora Bruno – il bambino era considerato una creatura debole, da difendere. E c’erano padre e madre pronti a farlo. Ora non è più così. Il bambino, abbandonato, è oggetto del desiderio di perversioni e di violenze. Se non si interrompe questo trend, ci saranno sempre più bambini ammazzati. Ne ammazzeranno molti di più”. Ecco allora che, secondo i criminologo, a questa evidente mancanza si fa fronte con un finto moralismo: “è tutto falso quello che appare. Appare che noi diamo grande attenzione ai bambini, a cominciare dalle condanne che lanciamo contro i pedofili. Tutto giusto, per carità. Ma questi sono tutti sensi di colpa che noi abbiamo. Ci sentiamo in colpa perché, in realtà, spesso non diamo ai bambini ciò di cui hanno realmente bisogno. Soprattutto dal punto di vista relazionale”.

LA SOLUZIONE
E allora che fare? “Bisogna muoversi per fare in modo che i bambini crescano nelle famiglie, a contatto con i primi educatori che sono i genitori. Oggigiorno è quasi un problema avere un figlio e lo si abbandona sin da subito in centri o, peggio, davanti ai computer, sperando che questi possano sostituirsi a padre e madre”. Bisogna recuperare la relazione, dunque. Ecco perché, secondo Bruno, “a nulla serve un finanziamento pubblico se non si parte prima dal recupero del rapporto intersoggettivo familiare. Si corre il rischio, se non si parte da qui, che tutti gli altri correttivi non servano perché superficiali”.

Twitter: @CarmineGazzanni