Intercettazioni, si cambia. Svolta in nome della privacy. Ma magistrati e penalisti si dividono: ecco perché

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Il premier Paolo Gentiloni ne tesse le lodi: “Contrastiamo l’abuso e non l’uso delle intercettazioni”. Mentre il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, lo riassume così: “Non restringe la possibilità dei magistrati di utilizzarle, non interviene sulla libertà di stampa e sul diritto di cronaca, ma solo su come vengono selezionate”. Uno sforzo “apprezzabile”, per usare le parole del presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Eugenio Albamonte, che affida ad una nota il suo giudizio sul decreto legislativo sulle intercettazioni licenziato ieri dal Consiglio dei ministri. “Centrato l’obiettivo di piena tutela della privacy – assicura – e della riservatezza di chi con le indagini nulla c’entra”. Impianto promosso, insomma, sebbene “la parte più debole della riforma”, sottolinea Albamonte, restino i limiti imposti all’utilizzo dei captatori informatici (i cosiddetti Trojan, ndr). E’ dalle altre toghe, però, quelle degli avvocati delle Camere penali, che piovono critiche pesanti. Una “delusione”, dice chiaro e tondo il segretario Francesco Petrelli.

Pronto, chi ascolta? – Ma che cosa prevede il testo? L’obiettivo è evitare che conversazioni non rilevanti ai fini delle indagini, finiscano negli atti processuali e, quindi, sui giornali: “Quando è necessario, sono riprodotti soltanto i brani essenziali”. Tornano i virgolettati dei colloqui captati, inizialmente sostituiti da riassunti. Viene istituito un archivio riservato dei verbali e delle registrazioni la cui “direzione” e “sorveglianza” è affidata al procuratore della Repubblica e il cui accesso è consentito solo a giudici, difensori e ausiliari autorizzati. Si delimita l’uso dei trojan, sempre consentiti per i reati più gravi (terrorismo e mafia). Fatto salvo il diritto di cronaca, è previsto il carcere fino a 4 anni per chi diffonde riprese audiovisive e registrazioni di comunicazioni fraudolenta.

 

Parola al magistrato: luce verde da Cascini. Importanti passi avanti in cerca di equilibrio

Parla di “significativi passi in avanti alla ricerca di un punto di equilibrio”, il procuratore aggiunto di Roma, già segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, a proposito del decreto legislativo sulle intercettazioni del governo.

Eppure dalle Camere penali piovono critiche.
“I diversi interessi in gioco, in una materia tanto delicata, rendono impossibile non scontentare qualcuno. Di certo, il decreto contiene alcune rilevanti difficoltà tecniche”.

Per esempio?
“Non si chiarisce cosa debba essere inserito nell’archivio riservato; quale sia il regime di alcuni provvedimenti, per esempio quelli di autorizzazione e proroga delle intercettazioni che spesso possono contenere dati sensibili; non è chiaro il procedimento nei casi in cui sia disposta una misura cautelare. Ciononostante, ritengo un buon proposito l’idea di fondo del decreto: separare le intercettazioni dal resto del materiale d’indagine, inserendo le prime in un archivio riservato a disposizione della difesa”.

Ma i legali non potranno estrarne copia e i termini per prenderne visione sono molto stretti. Così non si limita il diritto alla difesa?
“Il divieto di estrarre copia mira a contemperare diritto alla riservatezza e diritto alla difesa. I termini non sono  preclusivi: i difensori potranno accedere all’archivio riservato fino al dibattimento. Non vedo il pregiudizio”.

Conversazioni clegale-assistito: gli avvocati chiedono il divieto di ascolto.
“Impossibile: la conversazione difensore-assistito è inutilizzabile se attiene al mandato difensivo, ma l’unico modo per stabilirlo è scoltarla. Faccio notare che una simile guarentigia non è prevista neppure per i parlamentari indirettamente intercettati”.

Fissati i limiti, mancano sanzioni per chi li oltrepassa: un paradosso?
“No, una scelta politica: tra il diritto di informare e quello alla privacy, il legislatore ha optato per la prevalenza del primo”.

 

Parola all’avvocato: la delusione di Petrelli. A rischio l’efficienza del contraddittorio

Il segretario dell’Unione Camere penali, Francesco Petrelli, non ha dubbi: “C’è insoddisfazione e delusione per i contenuti del decreto legislativo sulle intercettazioni”.

Cosa non vi convince di questo testo?
“Innanzitutto la tutela della riservatezza delle conversazioni tra avvocato e assistito”.

E che altro?
“L’efficienza del contraddittorio nel momento fondamentale della valutazione e selezione delle intercettazioni che devono essere oggetto di trascrizione per essere inserite nel fascicolo del pm e quelle irrilevanti da destinare all’archivio riservato”.

Quali erano le vostre richieste?
“Auspicavamo, per ragioni di buon senso oltre che per ovvie regole di diritto, il divieto di ascolto delle telefonate involontariamente captate tra difensore ed assistito”.

Ma c’è il divieto di verbalizzazione…
“La polizia  giudiziaria comunica comunque al pm i contenuti di quelle intercettazioni. Ed è lo stesso pm a stabilire se siano rilevanti o meno ai fini delle indagini. Sul punto il nostro giudizio resta negativo”.

Insomma, troppo potere nelle mani degli inquirenti?
“Sotto certi punti di vista sì. Ad esempio, le udienze stralcio, nelle quali si dovrebbe operare la selezione tra materiale rilevante e irrilevante ai fini della tutela dei terzi intercettati, segnano la caduta delle garanzie difensiva”.

Perché?
“Il contraddittorio sarebbe solo ‘cartolare’, affidato cioè a memorie scritte e in termini strettissimi entro i quali i difensori dovrebbero avere conoscenza dell’intero materiale  intercettativo e senza poterne trarre copia tuffandosi in una full immersion per ascoltare tutte le registrazioni”.

Ma almeno, la privacy dei terzi viene assicurata?
“Il testo non prevede sanzioni in caso di violazioni dei limiti imposti. Inoltre, il divieto iniziale di virgolettati risolto con il richiamo alla ‘necessità’ è una prescrizione troppo vaga ed elastica”.