Meno male che la guerra in Iran, secondo Donald Trump, doveva durare “pochi giorni”. Da quelle iniziali dichiarazioni sono già passati 21 giorni, con il tycoon che, pur ribadendo che “stiamo vincendo” e che “l’Iran è distrutto”, ha di volta in volta spostato in avanti la fine delle ostilità, tanto che ora nessuno ha idea di quanto durerà ancora.
A cercare di fare chiarezza è il Washington Post, secondo cui il Pentagono ha chiesto alla Casa Bianca di approvare “una richiesta al Congresso di oltre 200 miliardi di dollari per finanziare” il proseguimento del conflitto. Un’istanza che ha lasciato perplessi i principali esponenti dell’amministrazione americana, secondo cui “la somma richiesta dal Pentagono non è realistica”.
Quel che è certo è che gli alti comandi militari degli USA sembrano prevedere un conflitto ancora relativamente lungo, visto che la guerra, secondo le stime diffuse nei giorni scorsi, costa poco meno di un miliardo di dollari al giorno.
Usa in confusione sull’Iran
Ma non è tutto. Il regime degli ayatollah, pur colpito duramente, non è affatto crollato e continua a minacciare l’economia globale con attacchi alle infrastrutture petrolifere del Medio Oriente.
Una situazione emergenziale che, secondo Reuters, visto l’isolamento diplomatico in cui si è ficcato Donald Trump, potrebbe portare a una sua decisione shock. Secondo quanto rivela l’agenzia stampa, l’amministrazione del tycoon starebbe valutando l’invio di migliaia di soldati americani per condurre operazioni di terra, tra cui la ‘conquista’ dell’isola di Kharg, da cui passa quasi il 90% del petrolio iraniano, e il dispiegamento di truppe lungo le coste dell’Iran per assicurare il passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz.
Ma la Casa Bianca ha bisogno di un colpo a effetto con cui reclamare la vittoria — poco importa se reale o presunta — sulla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. Un risultato capace di giustificare la fine delle ostilità, malgrado il regime degli ayatollah sia ancora al comando, che, secondo Reuters, potrebbe consistere in un blitz dei marines per recuperare e mettere al sicuro l’uranio arricchito iraniano, sepolto sotto le rovine di Isfahan.
Trump e Netanyahu ai ferri corti
Le difficoltà del tycoon nel gestire il conflitto sembrano aumentare con il passare dei giorni, a causa della strategia di Teheran, che mira a colpire infrastrutture petrolifere in tutto il Medio Oriente, continuando a tenere chiuso lo Stretto di Hormuz, così da provocare uno shock energetico globale.
Proprio questa ‘guerra dell’energia’, in queste ore, ha fatto un ulteriore salto di qualità, con Israele che, in meno di 24 ore, ha colpito sia l’enorme giacimento di gas iraniano di South Pars — per giunta in contrasto con gli aut aut di Trump, che, secondo il Wall Street Journal, ha più volte ammonito Benjamin Netanyahu dal colpire tali strutture — sia gli impianti di Asaluyeh.
A seguito dei raid è arrivata la promessa di vendetta da Teheran, cui ha fatto seguito l’immediata risposta del leader americano che, nel tentativo di scongiurare rappresaglie, ha tuonato: “Distruggeremo l’intero giacimento di gas se Teheran attaccherà di nuovo l’importante impianto di produzione di gas naturale liquefatto (GNL) di Ras Laffan, in Qatar”.
Inutile dire che i pasdaran non si sono fatti intimidire e, al contrario, hanno reagito con durezza, lanciando sciami di droni contro una raffineria di petrolio in Kuwait; poi in Qatar, colpendo un impianto di gas ad Abu Dhabi e anche quello di Ras Laffan; e infine contro l’impianto di gas di Habshan e il giacimento petrolifero di Bab, entrambi in Arabia Saudita.
Verso l’escalation
Ondate di attacchi iraniani che hanno spinto i ministri degli Esteri sauditi e qatarioti a dichiarare che si “riservano il diritto di reagire militarmente contro l’Iran”.
Insomma, tutte ragioni che raccontano quanto sia alto il rischio di escalation. Del resto, che sia proprio questa la strada intrapresa lo si capisce dal durissimo comunicato degli Houthi, in cui ribadiscono di “non essere ancora entrati direttamente nel conflitto contro Stati Uniti e Israele”, salvo aggiungere che i miliziani yemeniti “hanno il dito sul grilletto e sono pronti a intervenire”.
Una minaccia che fa paura soprattutto perché rischia di rendere ancora più complicata la navigazione nel Golfo, aggravando ulteriormente la crisi petrolifera che sta già mettendo in ginocchio le economie di tutto il mondo.