Italia a 5 Stelle, a Grillo non gli importa un Fico. E oggi il Movimento passa da Beppe a Di Maio, tra malumori e balle

dalla Redazione
Politica

L’appuntamento, quello vero, quello atteso da tutti, attivisti, opinionisti, rivali politici e giornalisti, è oggi, alle 19,00, quando in grande stile verrà annunciato il candidato premier del Movimento 5 Stelle e capo politico dello stesso Movimento. Un segreto di Pulcinella, certo. Ma quando verrà pronunciato il nome di Luigi Di Maio con il passaggio di consegna de facto del Movimento da Beppe Grillo al figliuolo Luigi, la folla pentastellata impazzirà, ci saranno pianti e grida al suono ora di “onestà”, ora di “Beppe”, ora di “Luigi”. Un coup de théâtre come solo Grillo sa fare. D’altronde sin dai tempi di Atene prima e Roma poi, gli eventi spettacolari avevano la funzione di ottundere, di creare l’evento affinché del resto non si parlasse. Meglio, dunque, festeggiare piuttosto che ragionare (e polemizzare) sulle finte primarie, sul sito per le votazioni andato in bomba, sull’assenza di Roberto Fico (pare malato…).

Bufale a 5 Stelle – Nell’attesa allora che Di Maio venga incensato come quella miss Italia che finge sorpresa quando sente pronunciare il suo nome, come se non sapesse già che sarebbe stata lei ad essere incoronata principessa, cerchiamo di ragionare su tutti i malumori che accompagneranno (celati il più possibile) la kermesse. La votazione, innanzitutto. Non pochi analisti, molti dei quali a dire il vero col dento avvelenato, hanno fatto notare come i 5 Stelle si siano schiantati proprio nel web. Uno scherzo del destino che – prima balla – Grillo ieri ha prontamente smentito parlando di “attacco hacker” e di “un’alta affluenza in contemporanea di tantissimi iscritti fin dalle prime ore di apertura”. Motivo per il quale sono state disposte altre 4 ore di voto ieri dalle 8 alle 12. Poi il blog ha replicato alle tante critiche rivolte alla consultazione online: prima tra tutte l’accusa di aver messo su un turno elettorale con un unico candidato possibile, cioè Luigi Di Maio, visto che gli altri sette aspiranti premier erano di gran lunga meno conosciuti del vicepresidente della Camera. “La notizia è che tutti hanno avuto la possibilità di candidarsi (e nessuno è stato spinto a farlo per costruire competizioni farlocche) e tutti hanno avuto la possibilità di votare. La notizia è che non c’erano correnti che si confrontavano, ma persone che si proponevano”. Ecco: seconda balla. Il punto fondamentale, che sfugge ai grillini più infuocati, è proprio questo: l’esigenza di voler dissimulare legittime correnti interne o più che naturali desideri di premiership da parte di più persone rende il Movimento stesso anti-democratico. Il fatto di voler annullare la discussione interna, di non volerne dar conto, di non volerla far vedere all’esterno, non è sintomo di partecipazione ma di sistema anti-partecipativo dove c’è chi comanda e chi obbedisce. Punto.

Convitato di pietra – E arriviamo alla terza ed ultima balla: l’assenza del capo degli ortodossi, Roberto Fico. Non ha fiatato nei giorni delle candidature, non ha aperto bocca durante le votazioni. Si attendeva un suo intervento a Rimini ieri sera e invece chi pensava arrivasse è rimasto deluso. Niente Fico. Né sulla Rai (suo ambito di competenza) né sull’elezione di Di Maio. A questo punto viene da chiedersi quale sarà il suo ruolo ora all’interno del Movimento dimaizzato. Avrà spazio? Il suo silenzio sarà ripagato? Ai posteri l’ardua sentenza. Quel che è certo, però, è che questo Movimento, del V-Day, del Parlamento aperto come una scatoletta, della partecipazione orizzontale, del portavoce rappresentante del popolo, rischia di non avere più nulla. Perché sarà pur vero che “uno vale uno”. Ma è un contentino inutile finché c’è chi conta due.