Italia dei balocchi per le lobby

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di Carmine Gazzanni

Certo, qualcuno ci ha provato a limitare o perlomeno a rendere trasparente l’attività di lobbying in Italia. I risultati, però, sono stati scarsi. Anzi, pari a zero. Questo è il quadro che emerge dal rapporto di Transparency International, l’organizzazione non governativa, leader nel mondo per le sue attività di promozione di contrasto alla corruzione. Dal 1954 ad oggi sono state presentate ben 50 proposte di legge sul lobbying. Nessuna, però, è stata mai approvata. Tanto che, scrive l’organizzazione, “il nostro Paese non si è ancora dotato di una regolamentazione autonoma e specifica in materia di rappresentanza degli interessi”. Una situazione insostenibile, causa spesso dell’immobilismo del nostro Paese. Senza dimenticare, peraltro, che sono ben tre le sentenze della Cassazione (di cui due addirittura del 1974) che hanno confermato l’esistenza delle lobby e l’esigenza che ci sia, dunque, un registro ufficiale e trasparente in materia.

AMMONIZIONI DA BRUXELLES
Ma niente: le istituzioni italiane preferiscono non far nulla. Restano immobili, a tutto vantaggio delle lobby. Disobbedendo, peraltro, non solo alla magistratura italiana. Ma anche all’Unione Europea. A Bruxelles, infatti, esiste un registro pubblico dell’attività di lobbying. E dovrebbe esistere anche nei Paesi membri, dopo la Convenzione Penale sulla Corruzione del Consiglio d’Europa del 1999. Ma non c’è limite al paradosso: l’Italia infatti ha pure ratificato questa convenzione nel 2012. Ma, com’è evidente, non è cambiato nulla. Delle 50 proposte di legge, infatti, pochissime sono state effettivamente discusse all’interno delle commissioni parlamentari e nelle Camere.

SOLO TENTATIVI
Un tentativo concreto è stato fatto nel 2007 quando l’allora premier Romano Prodi ha presentato una delle più importanti proposte di legge discusse fino ad oggi, con la quale si prevedeva appunto l’istituzione di un registro pubblico dei rappresentanti di interesse. Il Parlamento, però, non ha mai approvato questa proposta. Nel maggio 2013 ci ha riprovato il governo di Enrico Letta, ma il progetto è stato abbandonato immediatamente. Oggi la regolamentazione delle attività di lobbying risulta tra le priorità del piano di riforme del Governo di Matteo Renzi. Per ora le speranze non sono tantissime, dato che nel corso dell’attuale legislatura sono 9 le proposte di legge depositate: sei sono state assegnate alla commissione competente, ma per il momento nessuna è ancora stata esaminata. Come non detto.

I PIÙ TEMIBILI
Su tutte, negli ultimi anni appare assolutamente in crescita l’attività di lobbying legata al gaming. “Il settore – si legge – è strettamente interconnesso con quello politico, attraverso finanziamenti e pratiche di porte girevoli”. Gli esempi si sprecano. A partire dall’associazione dell’ex premier Enrico Letta VeDrò che nel 2010 ha avuto come sponsor due grandi aziende del gioco d’azzardo (Lottomatica e Sisal). Sarà solo un caso ma il governo Letta è stato uno dei più “attivi” nel gioco. Tanti i politici poi che sono passati a ricoprire posti di rilievo nel settore del gioco. Augusto Fantozzi, ministro del Governo Prodi, nel 2010 è diventato Presidente di Sisal Holding Finanziaria; Vincenzo Scotto ha fondato “Formula Bingo” (fallita nel 2004). Fino ad arrivare all’ultimo favore. Voluto o non voluto che sia, come documentato da La Notizia, al colosso GTech è stata garantita la concessione nonostante la società cambierà nome fondendosi con Igt, si trasferirà a Londra e si quoterà a New York.