Italia penultima in Europa per numero di laureati: il capitale umano che manca per una scelta politica che parte da lontano

Solo il 31,6% dei giovani italiani è laureato. Investimenti bassi, accesso diseguale e un sistema che seleziona prima di formare

Italia penultima in Europa per numero di laureati: il capitale umano che manca per una scelta politica che parte da lontano

L’Italia continua a scivolare ai margini dell’Europa dei laureati. Nel 2024 solo il 31,6 per cento dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo di studio terziario. Davanti ci sono tutti, tranne la Romania. La media europea ha già superato il 44 per cento e l’obiettivo fissato dall’Unione per il 2030 è al 45 per cento. Il divario italiano supera i tredici punti percentuali e fotografa una distanza che ha smesso da tempo di essere congiunturale.

Il dato pesa se letto insieme alla dimensione economica del Paese. Terza economia dell’eurozona, l’Italia resta tra gli ultimi per capitale umano qualificato. Francia e Spagna hanno già superato il 50 per cento nella stessa fascia d’età. In altri Stati membri la crescita è sostenuta da investimenti pubblici continui e da sistemi di accesso meno selettivi sul piano economico. In Italia l’università continua a funzionare come filtro sociale, prima ancora che come ascensore.

Il divario che parte dai territori

La media nazionale nasconde una frattura geografica profonda. I dati territoriali mostrano che solo sei regioni superano il 30 per cento di laureati nella fascia 25-49 anni. In testa c’è il Lazio con il 32,6 per cento. In coda restano Sicilia, Campania e Sardegna, tutte sotto il 24. Il Mezzogiorno rimane stabilmente indietro, anche negli anni di crescita complessiva. Il recupero procede, ma non riduce le distanze.

A livello comunale il quadro diventa ancora più esplicito. Meno dell’1 per cento dei comuni supera il 40 per cento di laureati. In oltre duemila comuni meno di un residente su cinque ha completato un percorso universitario. Le aree con più titoli terziari coincidono con i grandi centri urbani e universitari. Le aree interne e periferiche restano escluse. È una mappa che replica le disuguaglianze economiche e le rende strutturali.

Costo, accesso e diritto allo studio

Ma dietro questi numeri c’è una scelta politica precisa che arriva da lontano. L’Italia investe in istruzione meno della media europea e continua a scaricare i costi sulle famiglie. Le tasse universitarie restano tra le più alte dell’Unione. Il diritto allo studio procede a singhiozzo, con il paradosso degli idonei senza borsa che riemerge ogni volta che mancano coperture strutturali. La possibilità di laurearsi resta fortemente condizionata dal reddito e dal territorio di origine. Ti laurei se te lo puoi permettere, non se te lo meriti. 

Così il risultato è un sistema che seleziona prima di formare. L’università, anziché ridurre le disuguaglianze, spesso le riproduce. I dati mostrano che la condizione socio-economica familiare incide ancora in modo decisivo sulle probabilità di arrivare alla laurea, anche a parità di rendimento scolastico. L’istruzione diventa così un indicatore di origine sociale invece di essere uno strumento di mobilità.

La laurea che rende poco

A completare il quadro c’è il mercato del lavoro. In Italia il premio salariale della laurea resta più basso rispetto alla media Ocse. Molti giovani qualificati finiscono in occupazioni che non richiedono il titolo conseguito o accettano retribuzioni che rendono l’investimento poco conveniente. Questo inevitabilmente alimenta la mobilità in uscita: negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani hanno lasciato il Paese, una quota significativa con un titolo universitario. L’Italia forma e poi regala capitale umano.

Il basso numero di laureati non è una statistica neutra. È il segnale di un sistema che fatica a garantire accesso, prospettive e riconoscimento. Così senza un cambio di rotta su finanziamenti, diritto allo studio e qualità dell’offerta formativa, l’obiettivo europeo del 2030 resta lontano. I numeri dicono che il ritardo italiano non nasce oggi e non si colma con interventi episodici. Peccato che l’argomento scaldi molto meno dei metal detector e rimani, così, nelle retrovie.