L’Italia torna ai livelli di aprile. Sale la pressione sulle strutture ospedaliere. L’allarme degli esperti: le mascherine non bastano

di Davide Manlio Ruffolo
Politica

Passano le settimane e appare ormai sempre più chiaro che in Italia è iniziata la seconda ondata del Covid-19. “Il contagio cresce, dobbiamo alzare la soglia di attenzione” perché “sarebbe un’illusione pensare che nel contesto internazionale noi siamo fuori pericolo” va dicendo da giorni il ministro della Salute, Roberto Speranza. Effettivamente, dati alla mano, la situazione continua a mostrare un peggioramento costante – seppur ben inferiore a quello registrato nel resto d’Europa – tanto che soltanto ieri i nuovi casi di coronavirus accertati, su 128mila tamponi effettuati, sono stati addirittura 4.458.

Un dato che non può che accendere una spia d’allarme visto che mercoledì, a fronte di 125mila test diagnostici, i positivi erano risultati 3.678 ossia 780 in meno. Un trend di crescita che procede di pari passo con il dato sul numero di persone che hanno avuto bisogno del ricovero, con +143 pazienti per un totale di 3.925, e di quelle che sono finite in terapia intensiva, incrementate di 21 unità per complessivi 358 posti letto occupati. Che la situazione sia seria ma non ancora irrimediabile c’è anche il dato sulle regioni che fanno segnare oltre 100 nuovi positivi che mercoledì erano 11 mentre ieri sono salite a 12.

A preoccupare c’è soprattutto la Campania che, come accade ormai da giorni, risulta la prima regione italiana come numero di nuovi contagi. Soltanto nella giornata di ieri i positivi rilevati nel territorio amministrato dal governatore Vincenzo De Luca sono stati addirittura 757. Si tratta di numeri terrificanti visto che i tamponi effettuati in Campania continuano ad essere pochissimi, ieri circa 7mila, quando in regioni come il Lazio il dato è praticamente doppio.

Non va meglio neanche alla Lombardia che in questa spiacevole classifica si piazza al secondo posto con 683 casi, con un incremento di +158 positivi rispetto al giorno precedente nonostante siano stati effettuati 500 tamponi in più. A seguire c’è il Veneto che ha visto schizzare il conteggio dei positivi di 491 unità, poi il Lazio con 359, la Toscana con +339 e il Piemonte con +336 casi. Preoccupa anche la Puglia che ieri ha registrato il suo picco dei contagi con 248 positivi.

IN GUARDIA. Quel che è certo è che con gli oltre 4mila contagi registrati ieri, l’Italia fa un balzo indietro nel tempo di quasi sei mesi. Per avere numeri simili, infatti, bisogna riavvolgere il nastro del tempo al 4 aprile quando i positivi registrati erano stati 4.805 e che, già dal giorno successivo, erano scesi progressivamente ad eccezione del 12 dello stesso mese quando, in un caso fortunatamente sporadico, erano stati 4.694. Una situazione che, a dispetto delle rassicurazioni degli ultimi tempi, inizia a creare apprensione tanto che il consulente del ministro Speranza, Walter Ricciardi, ha avvertito che “siamo sulla lama del rasoio” e per questo “dobbiamo fare di tutto per arrestare la salita e l’incremento dei casi” altrimenti “se non invertiamo la tendenza, tra due mesi potremmo arrivare a 16mila casi” al giorno.

Una previsione terrificante che sembra trovare conferma anche nei dati del monitoraggio settimanale della Fondazione Gimbe, secondo cui gli attualmente positivi in Italia sono 60.134 a fronte dei 50.630 della settimana precedente. Si tratta di numeri quintuplicati rispetto alla fine di luglio, quando ne erano solo 12.482. Sul fronte degli ospedali, aumentano i pazienti ricoverati con sintomi, 3.625 di ieri contro i 3.048 di mercoledì, e in terapia intensiva, 319 a fronte dei 271 del giorno precedente. “Se il dato nazionale non lascia intravedere alcun sovraccarico dei servizi ospedalieri, iniziano ad emergere differenze regionali rilevanti” ha spiegato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione.

Lo stesso vertice di Gimbe ha spiegato che “l’obbligo delle mascherine anche all’aperto è una misura coerente con la rapida ascesa dei contagi” ma per contenere la seconda ondata, in particolare nelle Regioni del centro-sud, ciò non può bastare e bisogna “potenziare e uniformare gli standard dell’assistenza sanitaria territoriale e ospedaliera, oltre che trovare una soluzione per ridurre l’elevato rischio di contagio sui mezzi pubblici”.