Italicum, andamento lento

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di Alessandro Ciancio

L’accordo sembra tenere. Il primo giorno di votazioni alla Camera sul testo di riforma della legge elettorale conferma le sensazioni della vigilia: il patto tripartito siglato – per ragioni diverse e opposte – da Renzi, Berlusconi e Alfano regge all’assalto degli emendamenti di chi considera il futuro Italicum un obbrobrio ammazza partitini con profili di dubbia costituzionalità. Si continua così a scommettere su un’operazione complessiva di restyling istituzionale che guarda al 2015, quando presumibilmente(senatori permettendo) Palazzo Madama non sarà più la sede di una Camera elettiva. In caso contrario, i contraenti di questo accordo sanno benissimo che il nostro Paese potrebbe trovarsi in una situazione davvero grottesca e senza precedenti. Immaginatevi infatti cosa potrebbe accadere se alla Camera fosse in vigore un testo che prevede un ballottaggio tra le due coalizioni più votate e contemporaneamente restasse ancora in vigore il proporzionale puro disegnato dai giudici della Corte costituzionale per il rinnovo del Senato… Se queste sono le premesse, è facile comprendere come al momento tutti siano convinti di aver comunque molto più da perdere da un insuccesso della stagione delle riforme.

Una prima scrematura
Sono risultati in tutto 13 (su oltre 200 presentati) gli emendamenti all’Italicum sui quali il relatore e il governo avevano dato ieri mattina il loro parere favorevole. Tra questi, quelli che modificano le soglie di sbarramento dal 35 al 37% e dal 5 al 4,5% e quelli su un massimo di 8 candidature multiple. Sono invece 31 gli emendamenti accantonati, riguardanti temi sui quali non c’è ancora l’accordo nella maggioranza e con Forza Italia. Tra questi, quelli sulla parità di genere (3 sono del Pd) e sul cosiddetto ‘salva-Lega’, presentato da Forza Italia. A Montecitorio nel pomeriggio sono quindi iniziate le votazioni sulle proposte di modifica. E proprio sulla prima, quella che prevedeva la cancellazione dell’intera legge, è stato chiesto lo scrutinio segreto da parte di Gennaro Migliore (Sel). L’emendamento, presentato da M5s, è stato respinto con 341 voti contrari e 188 favorevoli. Tutto bene? Quasi. Occorre adesso sbloccare il nodo politico imposto da diversi emendamenti bipartisan che chiedono l’alternanza uomo/donna nei listini e tra i capolista all’interno di ogni Regione. Il Pd appoggia gli emendamenti ma Forza Italia difende l’attuale testo, che permette due nomi di seguito dello stesso sesso. La tensione è salita proprio dentro Forza Italia dove molte deputate (tra le altre, Stefania Prestigiacomo, Renata Polverini, Mara Carfagna, Micaela Biancofiore e Annagrazia Calabria) hanno minacciato di votare in dissenso dal partito. Per questo il capogruppo Dem in commissione Affari costituzionali, Emanuele Fiano, ha rivolto un appello a votare il testo «senza modifiche che esulino dall’accordo generale», pena il rischio che salti. In attesa che la notte porti consiglio, sono stati accantonati gli altri emendamenti oggetto del patto, come quello che affida al governo il compito di disegnare i nuovi collegi (Forza Italia vorrebbe che lo facesse il Parlamento). A complicare le cose ci sono anche i dissensi dei partiti più piccoli (Sc, Pi Cd) che emergono con forza da dichiarazioni come quelle di Mario Mauro, che preannuncia un ricorso alla Corte costituzionale.
Il Tripartito delle riforme però fa spallucce e tira dritto (anche se con lentezza: difficilmente venerdì ci sarà il voto finale), sperando di aver imboccato finalmente la strada giusta.

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