Iva, Imu, Service tax, arriva il salasso per restare in Europa. Tutti i tagli della Legge di Stabilità. L’incubo di Letta resta il deficit al 3%

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di Angelo Perfetti

Al nuovo Parlamento europeo bisogna arrivare sull’onda di un “importante impulso della società”, perché altrimenti “sarà davvero molto facile avere il Parlamento europeo più euroscettico della storia, sarebbe un disastro per il futuro della costituzione Ue”. Enrico Letta nel suo intervento al convegno del British council a Pontignano ostenta sicurezza. “Non dobbiamo sempre puntare il dito contro l’Europa ma assumerci le nostre responsabilità – ha spiegato -. Dobbiamo dire che tutti insieme stiamo cercando di cambiare l’Europa perché sia migliore”. Ma per l’Europa c’è un solo metodo per “assumersi le proprie responsabilità”: restare dentro i parametri di Maastricht. E questo per l’Italia vuol dire solo una cosa: più tasse.

Formula magica
Nell’immediato, infatti, non c’è possibilità di pensare allo sviluppo, alla crescita. Per fare cassa e restare dentro il parametro del 3% tra Pil e debito pubblico bisognerà ricorrere alla formula magica: Iva, Imu e spending review. E così, nel Belpaese che fa cadere l’invincibile Berlusconi, sono rimaste solo le tasse a non cadere mai. In questi ultimi tempi, ha spiegato Letta, “ho dovuto dedicare tempo ed energia ad altro”, mentre “vorrei dedicare tutte le energie” a crescita, competitività delle imprese, occupazione ed è “ciò che intendiamo fare nelle prossime settimane. Entro il prossimo 15 di ottobre presenteremo la Legge di Stabilità che includerà tutte le riforme e le leggi che vogliamo proporre ai cittadini italiani e ai partner europei. Gli obiettivi sono aumentare la produttività e assicurare la crescita, credo che il prossimo anno avremo numeri migliori. Lavoreremo per agganciare il treno della crescita dopo molti anni”.

Le tasse
L’Iva intanto resterà al 22 per cento, e diventerà strutturale nel 2015. La seconda rata dell’Imu è senza copertura economica, dunque sarà molto difficile che non venga richiesta agli italiani; sarà grasso che cola se non ci chiederanno indietro la prima rata non pagata. In questo contesto, spremuto tutto ciò che si poteva spremere, la spending review resta l’unico sistema per liberare risorse da destinare agli investimenti e alla riduzione del carico fiscale. Ne è convinto il ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, il quale esprimendo soddisfazione per la nomina di Cottarelli, ha detto che il commissario riuscirà “nell’obiettivo di razionalizzare e riorganizzare il complesso della spesa pubblica, mettendo mano anche ai meccanismi interni alla produzione dei servizi. Questo è l’unico sistema per modernizzare davvero il Paese e liberare stabilmente risorse da destinare alla riduzione del carico fiscale e agli investimenti. Sono convinto che il Commissario potrà contare sulla collaborazione di tutti i ministri che durante la riunione di ieri del Consiglio hanno già dichiarato la loro piena disponibilità a mettere a disposizione risorse e competenze’’. Un bel progetto, che presenta però diversi punti deboli. Il più evidente è che ci vorrà tempo per far ripartire il motore dell’economia, e dunque nell’immediato tutto ciò non ci salverà dalla traumatica intrusione dello Stato nei nostri portafogli. La seconda, non meno grave, è che questi politici ora in Parlamento non sono stati capaci di tagliarsi lo stipendio, eliminare i privilegi, cassare il finanziamento pubblico ai partiti, eliminare i rimborsi elettorali, cancellare le Province. Pensare che possano ora fare tutto ciò che hanno già promesso più volte è quantomeno ingenuo.

La ricetta
Il governo comunque prepara la sua ricetta: la Legge di Stabilità (il varo è previsto perv il 14 o il 15 ottobre) si aggirerà su un valore compreso tra i 10 e i 15 miliardi. I Titoli su cui si concentrano i lavori e che comporranno il disegno di legge riguardano al momento le spese indifferibili per 5 miliardi, il disagio sociale per 6-700 milioni, gli Enti locali con l’allentamento del Patto di stabilità e la service tax per 2-3 miliardi e il taglio del cuneo fiscale sul lavoro per 3-5 miliardi. Le ipotesi al vaglio, quindi, vanno dai 10-11 ai 14-15 miliardi, circa un punto di Pil. Per le coperture si guarda ai tagli di spesa e razionalizzazioni, ma anche a introiti una tantum da eventuali privatizzazioni o dismissioni immobiliari.